Questo è il blog di Gianpaolo Marcucci: Wealth Advisor, Sociologo, Formatore e Consulente Olistico. Ha quattro lauree, due master e lavora al fianco del padre Gianfranco e del fratello Gian Luca che, insieme, da più di 50 anni si occupano di consulenza finanziaria, gestione patrimoniale, pianificazione familiare e successoria.
Il 5 gennaio 2026, Eurasia Group ha pubblicato il suo ventesimo report annuale “Top Risks”, firmato da Ian Bremmer e Cliff Kupchan. Il messaggio centrale è inequivocabile: il 2026 rappresenta un “tipping point year”, un anno di svolta in cui gli Stati Uniti stanno attivamente smantellando l’ordine globale che essi stessi hanno costruito. Per la prima volta in decenni, la principale fonte di instabilità geopolitica non è un rivale esterno, ma la trasformazione sistemica in atto nella prima potenza mondiale.
I 10 RISCHI GEOPOLITICI PER IL 2026
RIVOLUZIONE POLITICA AMERICANA L’amministrazione Trump sta tentando di smantellare sistematicamente i contrappesi istituzionali, catturare l’apparato governativo e utilizzarlo contro i propri avversari. Ciò che era iniziato come rottura tattica delle norme si è trasformato in una rivoluzione sistemica senza precedenti nella storia americana recente.
OVERPOWERED – LA SFIDA ENERGETICA La Cina scommette sugli elettroni (energie rinnovabili, batterie, veicoli elettrici), gli USA sulle molecole (petrolio, gas, nucleare). Nel 2026 inizieremo a vedere chi ha ragione. La Cina domina già droni, storage energetico, robotica e manifattura avanzata, minacciando la supremazia tecnologica occidentale.
LA DOTTRINA DONROE L’amministrazione Trump non intende fare il “poliziotto del mondo” ma affermerà un controllo diretto sull’emisfero occidentale. La vicenda venezuelana segnala un rinnovato interventismo USA nel “cortile di casa”, con implicazioni per l’intera regione latinoamericana.
EUROPA SOTTO ASSEDIO Il centro politico europeo sta collassando simultaneamente nelle tre maggiori potenze (Germania, Francia, Regno Unito), lasciando il continente incapace di colmare il vuoto di sicurezza creato dal ritiro americano. L’instabilità politica interna compromette la capacità di risposta alle minacce esterne.
IL SECONDO FRONTE RUSSO Il fronte più pericoloso in Europa si sposterà dalle trincee del Donbass alla guerra ibrida tra Russia e NATO. Attacchi cyber, sabotaggi infrastrutturali, disinformazione e operazioni coperte diventeranno il nuovo campo di battaglia.
CAPITALISMO DI STATO ALL’AMERICANA L’amministrazione più interventista in economia dai tempi del New Deal sceglierà vincitori e perdenti su scala mai vista nella storia americana moderna. Politica industriale aggressiva, sussidi selettivi e barriere commerciali ridisegneranno il panorama competitivo.
LA TRAPPOLA DEFLAZIONISTICA CINESE Pechino non riuscirà a uscire dalla spirale deflazionistica nel 2026 e continuerà a tentare di esportare la via d’uscita, inondando i mercati globali di beni a basso costo a spese di tutti gli altri. La sovrapproduzione cinese alimenterà tensioni commerciali globali.
L’AI DIVORA I SUOI UTENTI Sotto pressione per generare ricavi e giustificare valutazioni stratosferiche, alcune aziende AI adotteranno modelli di business estrattivi che minacceranno la stabilità sociale e politica. L’AI rappresenta “la più grande opportunità e pericolo mai creato dall’umanità, praticamente senza governance”.
USMCA ZOMBIE Il commercio nordamericano resterà in un limbo mentre l’accordo USMCA (ex-NAFTA) proseguirà in stato vegetativo, né morto né vivo. L’incertezza regolatoria penalizzerà gli investimenti nelle catene di fornitura regionali.
L’ARMA DELL’ACQUA L’acqua sta diventando un’arma in alcune delle rivalità più pericolose del pianeta. Il Trattato delle Acque dell’Indo è sospeso, la diga etiope sul Nilo opera senza accordi vincolanti, la Cina costruisce la più grande diga del mondo senza trattati con i paesi a valle. Metà dell’umanità vive già sotto stress idrico.
IMPLICAZIONI PER I MERCATI FINANZIARI
MERCATI AZIONARI: ROTAZIONE SETTORIALE E DISPERSIONE
Il “capitalismo di stato all’americana” implica un regime di stock-picking attivo più che di beta passivo. I settori destinati a beneficiare dell’interventismo Trump includono: difesa e aerospazio, energia tradizionale, infrastrutture domestiche e manifattura reshored. Viceversa, il settore tech puro – in particolare i mega-cap con esposizione cinese – affronterà headwind regolatori e geopolitici. L’AI presenta un paradosso: i multipli attuali scontano crescita perpetua, ma la pressione per monetizzare potrebbe erodere la fiducia degli utenti e attirare regolamentazione. Approccio consigliato: posizioni core su large-cap value con pricing power domestico, affiancate da esposizione tattica su small-cap industriali USA beneficiarie del nearshoring.
REDDITO FISSO: DURATION RISK E SPREAD DIFFERENTIALS
La combinazione di politiche fiscali espansive, tariffe inflazionistiche e instabilità istituzionale suggerisce cautela sulla duration dei Treasury USA. Il term premium potrebbe ampliarsi se i mercati inizieranno a prezzare rischio politico-istituzionale nel debito sovrano americano. Per l’Europa, la frammentazione politica e il ritiro della garanzia di sicurezza USA potrebbero riattivare spread intra-europei, con BTP e OAT più vulnerabili rispetto al Bund. Da privilegiare: credito investment grade USA a breve duration, titoli di stato tedeschi, e selettivamente debito emergente in valuta locale di paesi non allineati.
COMMODITIES: ENERGY SPLIT E METALLI STRATEGICI
Il “duello energetico” USA-Cina crea una biforcazione strutturale. L’oil & gas beneficeranno del supporto politico USA nel breve termine, ma la traiettoria di lungo periodo favorisce chi controlla la supply chain elettrica. La dominanza cinese su batterie, terre rare e componentistica solare/eolica rappresenta un rischio strategico per l’Occidente ma un’opportunità per chi investe in reshoring di capacità produttiva critica. L’oro mantiene il suo ruolo di hedge sistemico: instabilità istituzionale USA, frammentazione geopolitica, guerre ibride e weaponization delle risorse idriche creano un contesto favorevole per i safe haven. Target price 2026: area $3.200-3.500/oz in scenario base, $4.000+ in scenario di stress.
VALUTE: REGIME CHANGE DEL DOLLARO?
La “rivoluzione politica americana” pone una domanda strutturale: il dollaro può mantenere il suo status di riserva globale se gli USA abdicano al ruolo di garante dell’ordine internazionale? Nel breve termine, i tassi relativamente elevati e l’eccezionalismo economico USA supportano il biglietto verde. Ma un deterioramento della credibilità istituzionale potrebbe innescare rotazioni graduali verso EUR, CHF, oro e selettivamente CNY offshore. Strategia: mantenere core USD ma costruire esposizione diversificata su valute rifugio e commodity currencies (AUD, CAD, NOK).
ASSET ALTERNATIVI E CRYPTO
In un contesto di crescente interventismo statale e incertezza istituzionale, gli asset decorrelati assumono rilevanza strategica. Bitcoin e le principali criptovalute potrebbero beneficiare di: narrative di “exit” dal sistema finanziario tradizionale, adozione istituzionale crescente in USA con amministrazione pro-crypto, domanda da paesi che cercano alternative al sistema SWIFT. Il private equity focalizzato su reshoring manifatturiero, infrastrutture critiche e cybersecurity rappresenta un’allocazione strategica per patrimoni significativi con orizzonte pluriennale.
STRATEGIA DI PORTAFOGLIO: ANTIFRAGILITÀ GEOPOLITICA
Il 2026 richiede portafogli costruiti per l’antifragilità, non semplicemente per la resilienza. Elementi chiave: diversificazione geografica genuina con riduzione del home bias europeo verso mercati non allineati (India, Indonesia, Messico); esposizione diretta a hard asset (commodities fisiche, infrastrutture reali, real estate logistico); hedging esplicito tramite opzioni su indici per gestire tail risk; liquidità tattica elevata (15-20% del portafoglio) per capitalizzare su dislocazioni di mercato.
CONCLUSIONE
Il report Top Risks 2026 descrive un mondo in transizione strutturale, non ciclica. L’ordine post-bellico guidato dagli Stati Uniti sta cedendo il passo a un sistema multipolare frammentato, dove la prevedibilità delle regole del gioco non può più essere data per scontata. Per l’investitore sofisticato, questo implica abbandonare l’approccio “set and forget” in favore di una gestione attiva, dinamica e geograficamente diversificata. I prossimi 12-24 mesi offriranno opportunità significative per chi saprà posizionarsi correttamente, ma anche rischi asimmetrici per chi rimarrà ancorato a paradigmi superati.
Gianpaolo Marcucci Wealth Advisor – Banca Generali 8 gennaio 2026
Il presente articolo non rappresenta un consiglio di investimento.
La geopolitica ha sostituito la macroeconomia come principale motore dei mercati
L’economia globale non risponde più ai soli fondamentali macroeconomici. Negli ultimi anni, guerre commerciali, conflitti regionali e strategie industriali nazionali hanno spostato il baricentro dei mercati: oggi la geopolitica è il principale driver di volatilità e di direzione degli investimenti. Il paradigma che aveva garantito per due decenni globalizzazione, bassa inflazione e crescita diffusa si è infranto.
Due forze si contendono l’egemonia del XXI secolo:
l’Occidente, che tenta di preservare la propria leadership attraverso debito pubblico crescente, politiche protezionistiche e interventismo statale;
la Cina, che al contrario globalizza al contrario, consolidando il controllo sulle infrastrutture critiche, le catene di approvvigionamento e le risorse strategiche.
Ne risulta un sistema economico a doppio binario: uno finanziario, alimentato da liquidità e artifici contabili, e uno industriale, fondato su beni tangibili, energia, tecnologia produttiva e materie prime.
🇺🇸 Stati Uniti: il dollaro tra forza e finzione
Gli Stati Uniti restano la potenza dominante nei settori d’avanguardia — semiconduttori, spazio, difesa, biotech — ma la loro crescita è ormai debito-dipendente. Il debito federale ha superato il 120% del PIL, e la spesa per interessi (oltre 500 miliardi di dollari nei primi sette mesi del 2024) ha eguagliato quella per la difesa. È il paradosso americano: più si indebitano, più i mercati salgono, sostenuti dalla fiducia nella “magia” del dollaro e nella capacità del Tesoro di creare debito percepito come ricchezza.
Washington si trova davanti a un dilemma strategico. Un dollaro troppo forte soffoca la competitività e accresce il peso reale del debito; un dollaro troppo debole erode la fiducia degli investitori esteri che finanziano l’economia statunitense. La soluzione è una svalutazione controllata: mantenere un dollaro forte di facciata, ma progressivamente più debole nel tempo, grazie a tassi reali negativi e inflazione gestita. È una forma di deleveraging silenzioso: l’erosione del potere d’acquisto diventa lo strumento con cui gli Stati Uniti tentano di diluire il proprio debito senza perdere il primato valutario.
🇨🇳 Cina: la potenza che cambia pelle
Mentre l’Occidente si ritrae dietro barriere doganali, la Cina espande la propria influenza economica e industriale. Oggi Pechino controlla circa il 90% della produzione mondiale di terre rare, oltre il 75% delle batterie al litio e più dell’80% dei pannelli solari. Secondo l’Australian Strategic Policy Institute, è leader in 37 su 44 tecnologie critiche — dalla difesa all’intelligenza artificiale, dalle biotecnologie ai materiali avanzati.
Non è necessario che la Cina sia prima in tutto: le basta dominare i settori del futuro — energia, logistica, materie prime, tecnologie industriali. In altre parole, detiene ciò che serve al mondo reale. E il mondo reale, prima o poi, presenta il conto alla finanza.
Mentre gli Stati Uniti gonfiano l’economia con stimoli e deficit, la Cina accumula potere attraverso asset fisici e capacità produttiva. Il risultato è una crescente “biforcazione” dell’economia globale: due blocchi che cercano l’autosufficienza industriale, con catene di fornitura parallele e infrastrutture di potere divergenti.
Capitale reale contro capitale finanziario
L’eccesso di liquidità e di indebitamento ha gonfiato una ricchezza “di carta” slegata dalla produttività reale. Tra il 2000 e il 2021 la ricchezza finanziaria mondiale è cresciuta del 160%, mentre la crescita reale del PIL e della produttività restava quasi ferma (dati McKinsey). Questo divario segna il ritorno del rischio sistemico: quando il denaro perde ancoraggio alla produzione, la finanza diventa fragile.
Nel nuovo contesto — inflazione strutturale, frammentazione geopolitica, rialzo dei costi energetici — la priorità non è più il rendimento immediato, ma la resilienza patrimoniale. L’investitore razionale deve tornare a bilanciare capitale reale e capitale finanziario, privilegiando ciò che conserva valore nel tempo.
La strategia di resilienza patrimoniale
Un portafoglio “maturo” nel decennio che si apre dovrebbe fondarsi su cinque pilastri:
Liquidità (cash) – riserva tattica per affrontare stress di mercato e cogliere opportunità.
Oro – copertura contro inflazione e crisi di fiducia monetaria.
Bitcoin – “oro liquido” della generazione post-dollaro: assicurazione contro i rischi sistemici.
Azionario selettivo – esposizione solo a settori con valore tangibile: energia, infrastrutture, difesa, materie prime, intelligenza artificiale applicata alla produttività.
Obbligazionario investment grade a breve-medio termine – rendimenti reali positivi con rischio contenuto e flessibilità di reinvestimento.
In una fase di transizione lenta ma irreversibile, chi punta soltanto al rendimento rischia di perdere la solidità. Chi costruisce equilibrio tra liquidità, oro, Bitcoin e una selezione mirata di azioni e obbligazioni, resterà con il motore acceso quando la finanza farà pit stop.
Verso il nuovo ciclo
I prossimi cinque anni saranno dominati da tre tendenze strutturali:
Consolidamento della leadership manifatturiera cinese, basata su controllo di risorse e tecnologie;
Persistenza del dominio del dollaro, ma con crescente vulnerabilità dovuta alla leva del debito;
Ritorno della ricchezza reale come criterio di stabilità economica.
Il mondo si sta biforcando tra chi possiede gli asset concreti e chi emette promesse finanziarie. Nel lungo periodo, i primi presenteranno il conto ai secondi. Ed è lì che si giocherà il vero equilibrio tra potenza e debito.
Gianpaolo Marcucci Consulente strategico e analista dei mercati globali
Hai costruito un patrimonio importante nel corso della tua vita. Aziende, immobili, investimenti. Il frutto di decenni di lavoro, scelte coraggiose e visione.
Ora che il tempo si fa più prezioso, il pensiero si sposta su un’altra priorità: come garantire che tutto ciò che hai creato possa continuare a generare valore, anche quando non sarai più tu a guidarlo.
Questo pensiero diventa particolarmente urgente quando tra i propri cari ci sono figli minori, persone con disabilità o condizioni di fragilità emotiva, psicologica o comportamentale.
In questi casi, la normale successione non basta. Serve qualcosa di più solido. Serve una regia.
Quando la tutela va oltre l’eredità
La legge prevede strumenti generali per il passaggio generazionale, ma non sempre offre le garanzie necessarie quando si tratta di proteggere persone che, per età o condizione, non sono in grado di gestire direttamente beni e risorse.
Un figlio ancora minorenne, ad esempio, potrebbe trovarsi improvvisamente titolare di quote societarie, immobili o risorse finanziarie importanti, senza averne la capacità giuridica e pratica per amministrarli.
Una persona con disabilità permanente, o con fragilità emotive o psichiche, potrebbe essere influenzata da terzi, esposta a rischi patrimoniali o semplicemente non in grado di operare scelte efficaci nel proprio interesse.
In tutti questi casi, è fondamentale assicurare una continuità di visione, protezione e controllo, senza demandare al caso o agli automatismi di legge decisioni che richiedono sensibilità, esperienza e coerenza.
Il trust: una risposta discreta e potente
Il trust è uno strumento giuridico raffinato che permette di separare la titolarità dei beni dalla loro gestione e destinazione, nel pieno rispetto delle volontà del disponente (cioè chi istituisce il trust).
Grazie alla sua flessibilità, il trust consente di:
Proteggere e gestire il patrimonio per conto di una persona che non è in grado di farlo autonomamente
Stabilire nel dettaglio tempi, modalità e condizioni per l’utilizzo delle risorse a beneficio della persona fragile
Vincolare risorse specifiche alla cura, all’assistenza o all’educazione del beneficiario
Designare un trustee, ovvero una figura di fiducia incaricata di attuare nel tempo le volontà del fondatore del trust
Assicurare riservatezza, evitando esposizione pubblica del patrimonio e minimizzando i rischi di conflitti successori
Il trust può contenere beni mobili (conti, titoli), immobili (case, terreni, quote societarie), partecipazioni in aziende di famiglia, opere d’arte, e qualsiasi altro asset rilevante. Il tutto all’interno di un quadro normativo che garantisce controllo, visione e coerenza nel tempo.
Chi può essere il trustee?
Il trustee è il cuore del trust. Deve essere una figura solida, affidabile, esperta. In molti casi è una società specializzata, oppure può essere una persona di fiducia, come il tuo wealth advisor — il consulente patrimoniale che ti ha accompagnato per anni, che conosce nel dettaglio le dinamiche familiari, gli obiettivi e i valori alla base delle tue scelte.
A differenza di un soggetto esterno che dovrebbe ricostruire da zero il senso del tuo progetto, il wealth advisor può rappresentare la continuità tra ciò che hai costruito in vita e ciò che desideri che accada dopo.
Il trustee agisce sempre secondo le istruzioni precise lasciate dal disponente, e sotto la supervisione di eventuali figure di controllo, come il “guardiano” del trust o un comitato familiare.
È anche possibile prevedere una struttura mista, in cui il trustee si affianca a un advisor indipendente o a membri della famiglia con funzione consultiva.
Esempi concreti
Una madre sola con una figlia disabile: il trust garantisce assistenza continuativa e accesso a risorse economiche per tutta la vita della figlia, con vincoli precisi per le spese mediche, l’assistenza domiciliare e l’eventuale supporto abitativo.
Famiglia con un figlio minorenne e beni in più Paesi: il trust consente una gestione centralizzata e protetta degli asset, con la nomina di un trustee internazionale e la previsione di erogazioni vincolate al raggiungimento della maggiore età e al completamento di determinati percorsi educativi.
Famiglia con tre figli, uno dei quali coinvolto nell’azienda di famiglia: il trust viene utilizzato per conferire le quote societarie, stabilendo che il figlio operativo mantenga la guida dell’azienda, mentre agli altri due vengono riconosciuti benefici economici proporzionati, ma senza poteri gestionali. Risultato: si evita il rischio di conflitti, si tutela la continuità aziendale e si garantisce equità tra i fratelli, ognuno secondo il proprio ruolo e le proprie competenze
Famiglia con un figlio adulto fragile dal punto di vista psicologico: il trust prevede che le risorse siano utilizzate con gradualità, sotto monitoraggio professionale, e a supporto di obiettivi precisi, come la cura e la sicurezza abitativa e il mantenimento a lungo termine.
Una scelta che non può attendere
Progettare oggi ciò che accadrà domani è un atto di amore e responsabilità. Soprattutto quando in gioco ci sono persone che richiederanno tutela, guida o protezione per molto tempo.
Non si tratta di sfiducia. Si tratta di protezione intelligente, di prevenzione, di visione a lungo termine.
Il trust permette di farlo in modo sobrio, efficace, riservato. È un gesto silenzioso, ma decisivo. È uno strumento che parla per te, quando tu non potrai più farlo.
E il trustee può essere qualcuno che già oggi ha la tua fiducia e conosce il tuo patrimonio, la tua storia e i tuoi valori.
Nel dibattito globale su innovazione sociale e tecnologia, una nuova idea si fa strada: premiare direttamente i cittadini quando uno Stato migliora realmente la qualità della vita. Non si parla solo di crescita economica, ma di salute, istruzione, ambiente, occupazione e sicurezza percepita. Indicatori che, insieme, compongono il concetto ormai centrale di benessere multidimensionale. Ed è qui che la tecnologia entra in gioco: La tokenizzazione del benessere è la proposta di creare un indice oggettivo del progresso umano e di collegarvi un asset digitale, che viene distribuito come “dividendo sociale” ogni volta che l’indice migliora.
Il meccanismo è semplice nella forma e potente negli effetti: Uno Stato o una regione costruisce un Well‑Being Index (WBI) su base mensile, usando dati certificati (statistiche sanitarie, scolastiche, ambientali, ecc.); se il WBI cresce rispetto al mese precedente, viene emesso un certo numero di token digitali;
questi token possono essere distribuiti ai cittadini come forma di premio collettivo, oppure investiti in servizi pubblici, oppure convertiti in incentivi mirati.
Come si calcola il WBI?
Il WBI è un indice ponderato. Prende cinque dimensioni del benessere e assegna loro un peso specifico:
Salute (25%) Istruzione (20%) Ambiente e qualità dell’aria (20%) Occupazione e inclusione economica (20%) Sicurezza percepita (15%)
La formula è la seguente: WBIₜ = w₁·z₁,ₜ + w₂·z₂,ₜ + w₃·z₃,ₜ + w₄·z₄,ₜ + w₅·z₅,ₜ
dove: zᵢ,ₜ è il valore normalizzato della macro-area i al tempo t – wᵢ è il peso fisso della macro-area i.
Questa architettura collega per la prima volta le performance pubbliche a un incentivo automatico e trasparente. Non è un bonus deciso a discrezione del governo: è un protocollo, dove la politica viene premiata solo se i dati migliorano, e la popolazione può “toccare con mano” il risultato in forma di token digitali. È un sistema che:
– Allinea cittadini e istituzioni: se lo Stato migliora, tutti ricevono un ritorno;
– Riduce la sfiducia: i dati sono pubblici, tracciati su blockchain, non manipolabili;
– Favorisce politiche di lungo periodo: ambientali, educative, preventive, non solo misure populiste a breve termine.
Inoltre, in un’ottica finanziaria, il token può diventare:
– Un asset a impatto sociale: per chi vuole investire nel miglioramento reale delle società;
– Un veicolo di risparmio o micro‑credito locale;
– Uno strumento di engagement nelle democrazie digitali.
È una nuova architettura civica, che richiede collaborazione tra enti pubblici, esperti di dati, giuristi e sviluppatori.Ma soprattutto richiede una visione post‑tecnocratica, in cui la tecnologia non è più fine a sé stessa, ma diventa ponte tra governance e felicità collettiva.
Per comprendere ciò che sta accadendo nel mondo oggi, occorre partire da un’idea semplice ma potente: la globalizzazione è prima di tutto controllo dei mari. Non si tratta solo di scambi commerciali, tecnologie o flussi finanziari, ma della capacità di garantire — o bloccare — il libero transito delle merci e dell’energia lungo le grandi rotte marittime.
La storia ce lo insegna con chiarezza. Ogni impero dominante ha costruito il proprio potere attraverso il controllo strategico delle acque: Roma ha unificato il Mediterraneo rendendolo un lago interno, il “mare nostrum”; l’Impero britannico ha stabilito basi navali in ogni angolo del globo, dal Canale di Suez a Singapore; e, infine, gli Stati Uniti, che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale dominano gli oceani, sostenendo l’ordine globale liberale grazie a una marina senza rivali.
Ma ogni egemonia, per quanto solida, è destinata a essere messa in discussione.
L’Impero Americano in Fase di Stanchezza
Oggi, gli Stati Uniti appaiono ancora formalmente dominanti, ma meno capaci di esercitare la loro autorità in modo incontrastato. Più che una debolezza militare, è una stanchezza percettiva: una perdita di fiducia, all’interno e all’esterno, che apre spazi ad altre potenze. Questa percezione — e la realtà che la segue — ha un peso enorme: nel mondo delle relazioni internazionali, la percezione della forza è già forza, così come la percezione della debolezza è già un invito alla sfida.
Ed è proprio in questo vuoto che si inseriscono attori decisi a ritagliarsi un proprio spazio: Cina, Russia, Turchia e Iran, ciascuno portatore di una visione del mondo e, spesso, di un passato imperiale a cui si richiama per legittimare la propria espansione.
Il Ritorno degli Imperi
Non è un caso che le potenze emergenti si richiamino esplicitamente alla storia. Gli Stati Uniti si considerano eredi dell’Impero britannico, non solo per lingua e cultura, ma per il ruolo globale di “guardiani dei mari”. La Cina, con la sua civiltà millenaria, ha rilanciato il progetto della Nuova Via della Seta, non solo via terra ma soprattutto via mare, costruendo porti strategici dall’Asia all’Africa. La Russia punta a ricostruire una sfera d’influenza post-sovietica, sostenuta da una visione zarista e ortodossa. La Turchia, nostalgica della gloria ottomana, è oggi molto attiva nel Mediterraneo orientale e in Siria. L’Iran, infine, si presenta come l’erede spirituale e geopolitico dell’Impero Persiano, con un’agenda regionale che punta a influenzare l’intero Medio Oriente.
Questi attori non competono soltanto sul piano simbolico. Hanno obiettivi concreti: influenza regionale, accesso ai mercati, controllo dell’energia, presenza militare nei punti chiave del pianeta. E tutti questi obiettivi passano, inevitabilmente, per il mare.
La Nuova Mappa del Potere: Gli Stretti Strategici
Se i mari sono le arterie della globalizzazione, gli stretti sono i suoi punti vitali. Sono luoghi in cui tutto passa — e tutto può bloccarsi. Per questo rappresentano oggi le vere linee di frizione geopolitica.
Il Canale di Suez collega l’Europa all’Asia: una chiusura, anche parziale, provoca effetti immediati sui prezzi globali. Il Bosphorus e i Dardanelli, controllati dalla Turchia, sono cruciali per la Russia e per l’intera area del Mar Nero. Il Gibilterra resta uno snodo fondamentale per l’accesso al Mediterraneo. Il Bab-el-Mandeb, tra lo Yemen e il Corno d’Africa, collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano, con riflessi immediati sull’approvvigionamento energetico europeo.
Lo Stretto di Hormuz è forse il più delicato: da lì passa un terzo del petrolio mondiale. Ogni tensione tra Iran e Stati Uniti si gioca anche qui. Lo Stretto di Malacca è invece vitale per la Cina: attraverso di esso transita buona parte del suo commercio, rendendolo un punto sensibile in caso di conflitto.
Più a nord, anche lo Stretto di Bering, tra Alaska e Siberia, si carica di significato: non solo simbolico, come frontiera tra le due superpotenze, ma strategico, in un’epoca in cui le rotte artiche stanno diventando navigabili. Infine, lo Stretto di Taiwan è oggi il baricentro delle tensioni globali: lì si incrociano interessi economici, tecnologici e militari di portata planetaria.
Le Guerre in Corso: Sintomi di un Ordine che si Ridefinisce
Ogni conflitto attuale si può leggere come un tentativo di ridefinire l’ordine mondiale. La guerra in Ucraina non è solo un confronto tra due Stati, ma una sfida della Russia all’allargamento della NATO e alla sua marginalizzazione post-sovietica. In Siria, la Turchia interviene per controllare le dinamiche curde e salvaguardare la propria influenza. In Gaza, l’Iran rafforza il suo ruolo nel fronte anti-israeliano e nell’arena mediorientale.
La tensione intorno a Taiwan, infine, è forse la più pericolosa: la Cina rivendica l’isola come parte del proprio territorio, e la sua eventuale riunificazione — anche forzata — rappresenterebbe un punto di non ritorno nel confronto con gli Stati Uniti. Per ora, Washington risponde con mezzi economici, come i dazi e le restrizioni tecnologiche, nel tentativo di rallentare la crescita militare e digitale cinese senza innescare una guerra aperta.
Un Mondo che Si Ricompone: Tra Potenza, Narrazione e Percezione
Il caso di Taiwan non è solo una questione territoriale. È il nodo simbolico di una sfida molto più ampia: quella tra due visioni del mondo. Da un lato, un ordine liberale e multilaterale guidato dagli Stati Uniti, che ha garantito decenni di stabilità marittima e crescita commerciale. Dall’altro, un nuovo ordine multipolare in cui le potenze emergenti chiedono più spazio, più influenza e più controllo sulle rotte e sui flussi globali.
Ma la vera posta in gioco non è solo “chi comanda”, bensì come viene raccontata e percepita la realtà. La forza narrativa conta quanto quella militare. Cina e Russia non si limitano a contestare il dominio americano sui mari, ma anche il suo primato morale, culturale ed economico. In questo senso, il conflitto si gioca anche nella mente delle opinioni pubbliche e nelle diplomazie dei Paesi neutrali o oscillanti.
La globalizzazione non è finita, ma sta cambiando volto. Da un sistema integrato e a trazione occidentale, si sta passando a un mosaico più frammentato, dove ogni potenza cerca di proteggere le proprie sfere di influenza, anche a scapito della cooperazione globale. In questo scenario, mari, stretti, porti e canali tornano ad essere teatri di competizione strategica. È il ritorno della geopolitica delle infrastrutture e dei passaggi obbligati.
Impatti Economici e Nuove Strategie Finanziarie
Questo nuovo contesto globale non resta confinato alla diplomazia o ai conflitti armati: ha impatti diretti e profondi sui mercati finanziari. Guerre, sanzioni, blocchi navali, riallineamenti geopolitici e tensioni commerciali rendono gli scenari futuri sempre più incerti e volatili.
Le conseguenze si riflettono su almeno tre fronti:
Inflazione strutturale: l’interruzione delle catene di fornitura e la corsa all’autosufficienza strategica (energia, tecnologia, materie prime) aumentano i costi globali.
Volatilità dei mercati: cresce l’instabilità, non solo nei Paesi direttamente coinvolti nei conflitti, ma anche a livello sistemico.
Fine del paradigma lineare: i modelli di crescita costante e prevedibile diventano meno applicabili, richiedendo un ripensamento del concetto stesso di rischio.
In questo scenario, la strategia di investimento passiva tradizionale – come i PAC (Piani di Accumulo Capitale) su indici azionari globali – mostra i suoi limiti. Sebbene continui ad avere senso in ottica di lungo periodo per molti investitori retail, non è più sufficiente per chi desidera resilienza patrimoniale in un mondo multipolare e ad alta entropia.
Si assiste quindi a un ritorno, o meglio a un rafforzamento, di approcci più dinamici e adattivi, tra cui le strategie definite “Absolute Return”. Non si tratta di una novità in senso stretto – sono presenti nei portafogli istituzionali da decenni – ma la loro importanza cresce nei contesti in cui l’obiettivo non è battere il mercato, ma proteggere il capitale in ogni scenario possibile.
Le strategie Absolute Return possono includere: • strumenti long/short, cioè capaci di guadagnare sia in mercati in crescita che in ribasso; • coperture attive contro inflazione, volatilità, e crisi geopolitiche; • esposizioni selettive a valute, commodity, o asset non correlati ai mercati tradizionali.
Inoltre, crescono le gestioni multi-strategy, che combinano algoritmi quantitativi, analisi macroeconomica e visione geopolitica, con l’obiettivo di generare rendimenti stabili e decorrelati dal ciclo economico.
In sintesi: in un mondo in cui le potenze si contendono i mari, gli investitori devono riorganizzare le proprie mappe mentali. Non basta più navigare a vista, né seguire le rotte tracciate dai manuali del passato. Serve una bussola aggiornata, capace di orientarsi non solo tra indici e trimestrali, ma tra stretto di Hormuz, dazi sulla tecnologia, e flussi di capitale che inseguono la prossima alleanza strategica.
L’introduzione massiccia dell’Intelligenza Artificiale (IA) nel tessuto economico sta ridefinendo il mondo del lavoro. Nei prossimi 5-10 anni (indicativamente entro il 2030-2035), in particolare in Europa e Nord America, assisteremo a cambiamenti significativi: alcuni lavori verranno sostituiti dall’IA, altri verranno integrati con strumenti IA, emergeranno nuove professioni, e si osserverà un forte ricambio tra posti persi e creati. Questo report analizza in dettaglio tali aspetti, i flussi economici legati all’IA, le implicazioni socio-politiche, e propone strategie per una transizione equilibrata. I dati citati si concentrano soprattutto sul contesto occidentale, con uno sguardo alle tendenze globali.
1. Lavori che verranno sostituiti dall’IA
Non tutte le professioni sopravvivranno indenni alla rivoluzione dell’IA. I progressi nell’automazione mettono a rischio in particolare i lavori ripetitivi, manuali o basati su compiti routinari e dati strutturati, che risultano più facilmente automatizzabili. Studi recenti stimano che entro i prossimi 10 anni fino al 25-30% dei posti di lavoro complessivi potrebbe essere automatizzabile nei paesi avanzati, anche se l’impatto varia notevolmente da settore a settore. La tabella seguente riassume alcune previsioni di percentuale di sostituzione da parte dell’IA per settore, con relative tempistiche e fattori chiave:
Data entry, segreteria, contabilità di base automatizzabili tramite software IA (weforum.org)
Esempi concreti:
Nel manifatturiero, l’adozione di robot e sistemi di visione artificiale sta già sostituendo operai in catena di montaggio. Si prevede che fino al 44% dei posti produttivi potrebbe essere automatizzato entro metà anni ’30. Uno studio stima la perdita di 20 milioni di posti manifatturieri nel mondo entro il 2030 dovuta ai robot (resumeble.com). Le attività maggiormente a rischio includono assemblaggio, saldatura e controllo qualità ripetitivo.
Nei trasporti, i camion e taxi a guida autonoma potrebbero ridurre drasticamente la domanda di autisti: il settore dei trasporti è indicato come quello col più alto potenziale di automazione nel lungo termine (pwc.com) . Man mano che i veicoli autonomi diverranno economicamente e normativamente viabili, gran parte dei conducenti umani potrebbe essere sostituita (indicativamente fino a ~50% entro il 2035). Anche la logistica di magazzino è in automazione avanzata: ad es. Amazon impiega già oltre 500.000 robot magazzinieri per picking e smistamento (brandvm.com), migliorando la produttività ~20% (brandvm.com) e riducendo la necessità di magazzinieri umani.
Nel settore finanziario, molte mansioni sono altamente digitalizzabili: ad esempio, i sistemi IA analizzano contratti in pochi secondi sostituendo centinaia di ore di lavoro legale/amministrativo (brandvm.com). Le banche adottano robo-advisor e chatbot per le operazioni standard. Studi PwC evidenziano che settori basati sui dati come finanza e assicurazioni sono fortemente esposti all’automazione man mano che gli algoritmi superano le prestazioni umane in sempre più compiti analitici (pwc.com) . Questo potrebbe tradursi in circa un terzo dei ruoli attuali automatizzabili entro gli anni 2030.
Nel retail (commercio al dettaglio), l’impatto varia: le casse tradizionali e i commessi addetti a transazioni semplici sono in diminuzione a favore di soluzioni self-service e acquisti online. Già entro il 2024, circa 64% dei retailer mondiali ha introdotto casse self-service IA (brandvm.com), riducendo il bisogno di cassieri. Di conseguenza, ruoli come cassiere e addetto alle vendite di routine sono stimati in calo ~25% nei prossimi anni (hackernoon.com). Tuttavia, nel retail rimangono importanti attività umane come l’assistenza personalizzata, il merchandising creativo e la gestione di eccezioni (clienti difficili, prodotti difettosi), dove le macchine non eccellono ancora (brandvm.com)
Nei servizi amministrativi, di segreteria e data entry, l’IA sta avendo un effetto particolarmente forte. Compiti ripetitivi d’ufficio (inserimento dati, archiviazione, preparazione di documenti standard) possono essere svolti da software di automazione robotica dei processi (RPA) e agenti conversazionali. Il World Economic Forum prevede un rapido declino di queste figure: ad esempio i data entry clerks risultano tra i ruoli a più veloce contrazione a livello globale (weforum.org) [già -30% osservato di recente (hackernoon.com)]. Anche i cassieri di banca, addetti allo sportello e segretarie rientrano nei top 10 lavori in via di estinzione a causa dell’IA (weforum.org).
Fattori che determinano la sostituzione: Va sottolineato che l’automatizzabilità tecnica non implica automaticamente la sostituzione effettiva di quel lavoro (pwc.com). Diversi fattori influenzeranno la velocità e portata della sostituzione:
Fattori economici: se il costo di implementazione dell’IA/robot è inferiore al costo del lavoro umano, l’incentivo all’automazione cresce. In settori con manodopera costosa (es. manifattura in paesi avanzati, logistica) l’adozione è più rapida (mckinsey.com). Al contrario, in contesti di lavoro umano a basso costo, l’automazione può essere meno prioritaria. Tuttavia, anche in paesi a basso salario, motivazioni come migliorare la qualità, la scalabilità e la vicinanza al mercato finale possono spingere verso l’IA (mckinsey.com).
Fattori tecnici: la maturità della tecnologia è cruciale. Alcune automazioni (es. veicoli completamente autonomi su strada pubblica) potrebbero richiedere più tempo del previsto per raggiungere affidabilità e sicurezza adeguate. L’“ondata di autonomia” completa è attesa negli anni ’30 proprio perché tecnologie come robotica avanzata e guida autonoma saranno pienamente mature solo allora (pwc.com).
Fattori normativi e sociali: normative sulla sicurezza, responsabilità e accettazione pubblica possono rallentare la sostituzione in certi settori. Ad esempio, l’impiego di AI mediche o veicoli autonomi richiede cornici regolatorie e fiducia dell’utenza. Inoltre, pressioni politiche per la tutela dell’occupazione possono incentivare misure che moderano l’automazione “selvaggia” (come proposte di tassare i robot o imporre quote minime di personale umano).
Limiti organizzativi: l’integrazione di nuove tecnologie richiede a volte la riorganizzazione dei processi aziendali e competenze nuove. Aziende poco pronte al cambiamento o con workforce non formata potrebbero posticipare l’adozione di IA, nonostante la fattibilità tecnica. Un sondaggio globale PwC ha rivelato che il 37% dei lavoratori teme di perdere il posto a causa dell’automazione (pwc.com) – tale percezione può spingere le imprese più lungimiranti a introdurre l’IA in modo graduale e socialmente responsabile per evitare contraccolpi.
In sintesi, molti lavori routinari e ripetitivi nei settori sopra elencati vedranno una significativa automazione (30-50% entro il 2030 in diversi ambiti). Tuttavia, la velocità di questo processo dipenderà da costi, sviluppo tecnologico e risposte normative. Rimarranno spazi per il lavoro umano laddove servono creatività, empatia, flessibilità e supervisione.
2. Lavori che verranno integrati con l’IA (complementarietà uomo-macchina)
In numerose professioni l’IA non rimpiazzerà completamente l’essere umano, ma diventerà un alleato indispensabile, trasformando la natura del lavoro. Si parla in questi casi di integrazione uomo-IA o “intelligenza aumentata”, dove la tecnologia assume compiti di supporto, velocizzando le attività e lasciando agli umani le decisioni critiche, la creatività e le relazioni interpersonali.
Esempi di integrazione per settore:
Sanità: invece di sostituire medici e infermieri, l’IA funge da strumento diagnostico e di supporto alle decisioni cliniche. Un esempio è la radiologia: algoritmi di visione artificiale possono individuare anomalie in immagini medicali con un’accuratezza 11,5% superiore a quella dei radiologi in alcuni casi (brandvm.com), evidenziando aree sospette. Ciò non elimina la figura del radiologo, ma la potenzia – il medico sfrutta i risultati dell’IA per concentrarsi sulle diagnosi più complesse e sul rapporto col paziente (brandvm.com). Allo stesso modo, sistemi IA analizzano i sintomi dei pazienti (es. chatbot medici, triage automatizzato) e possono ridurre del 25% le visite inutili dal dottore (brandvm.com), permettendo ai medici di dedicare più tempo ai casi seri. In sintesi, nel prossimo decennio vedremo chirurghi assistiti da robot, medici di base supportati da IA diagnostiche e infermieri aumentati da sensori e predizione di rischi – l’elemento umano rimarrà centrale per empatia, giudizio etico e decisioni personalizzate, mentre l’IA svolgerà calcoli e analisi veloci (brandvm.com,brandvm.com).
Educazione: anche se i tutor IA personalizzati diventeranno comuni, non rimpiazzeranno gli insegnanti umani bensì li affiancheranno. Software di apprendimento adattivo possono seguire i progressi di ogni studente, proporre esercizi su misura e persino correggere compiti meccanici, liberando i docenti da una parte del carico ripetitivo (brandvm.com). Ad esempio, sistemi di tutoring intelligente identificano le lacune di uno studente e suggeriscono esercizi mirati, permettendo al professore di impiegare il tempo in attività ad alto valore aggiunto (mentoring, progetti creativi, dialogo educativo) (brandvm.com). È improbabile che l’IA possa replicare appieno il ruolo motivazionale ed emotivo di un bravo insegnante – caratteristiche come leadership in classe, ispirare gli studenti e adattarsi alle dinamiche sociali restano prerogative umane. Pertanto, la scuola del futuro vedrà insegnanti potenziati dall’IA: meno tempo speso in burocrazia e correzioni, più tempo in creatività e supporto personale. I sistemi educativi occidentali stanno già adattandosi: molte scuole e piattaforme (Coursera, edX) introducono corsi su competenze digitali e IA per preparare studenti e lavoratori al futuro (brandvm.com).
Servizi alla clientela (customer service, hospitality): qui l’IA (soprattutto chatbot e assistenti virtuali) sta trasformando il modo di interagire con i clienti, ma tipicamente non elimina del tutto l’operatore umano, piuttosto filtra e semplifica il suo lavoro. Ad esempio, assistenti virtuali rispondono 24/7 a domande frequenti su siti web bancari o e-commerce; un caso è Erica di Bank of America, chatbot che ha già gestito 100 milioni di richieste dei clienti in modo automatico (brandvm.com). Ciò riduce il carico sul call center tradizionale. Secondo analisi di settore, entro il 2025 i bot AI potrebbero gestire fino al 95% delle interazioni cliente iniziali (masterofcode.com), inoltrando agli operatori umani solo i casi complessi. Questo significa che i ruoli di front-line (centralinisti, sportellisti) diminuiranno di numero, ma diventeranno più specializzati: l’addetto interviene come “escalation” per problemi che richiedono empatia, creatività o interventi discrezionali. In ambito alberghiero/ricettivo, già ora molti hotel usano chatbot per prenotazioni e informazioni di base (brandvm.com), oppure chioschi self-service per il check-in. Il personale umano però rimane fondamentale per gestire gli ospiti, risolvere imprevisti e offrire quel tocco personale che incide sulla soddisfazione. In definitiva, nei servizi ai clienti l’IA fungerà da “filtro intelligente”: eliminerà le code e velocizzerà le risposte semplici, mentre i lavoratori umani gestiranno meno interazioni totali ma di qualità/più complesse.
Produzione e manutenzione industriale: l’uso di robot collaborativi (“cobot”) in fabbrica consente agli operai specializzati di lavorare fianco a fianco con macchine intelligenti. Le linee produttive moderne non sono più “solo umane” né totalmente automatizzate, ma ibride. Ad esempio, nelle fabbriche Tesla i robot eseguono saldature e movimentazione materiale con estrema precisione, mentre gli umani si occupano di supervisione e compiti non standard: questo mix ha ridotto i costi di produzione di circa il 30% (brandvm.com). L’International Federation of Robotics (IFR) riporta che il mercato globale dei robot industriali ha raggiunto ~$18,2 miliardi nel 2023 con oltre 500.000 robot installati nel mondo (brandvm.com). In questo scenario, molte mansioni operative pure scompaiono, ma cresce il bisogno di tecnici di manutenzione, programmatori di robot e data analyst che mantengano ed ottimizzino tali sistemi (brandvm.com). Un indice interessante: le offerte di lavoro legate all’IA su LinkedIn sono aumentate del 60% annuo nel 2023 (brandvm.com) (segnando la domanda di competenze di integrazione). Questo riflette la trasformazione del lavoro in fabbrica: meno operai a svolgere mansioni manuali ripetitive, più specialisti che gestiscono le macchine, analizzano i dati di produzione e risolvono problemi tecnici brandvm.com. La presenza dell’IA in stabilimento, quindi, non elimina totalmente il fattore umano ma ne cambia il ruolo: dall’“esecutore” al “supervisore/risolutore di problemi”.
Finanza e legal (parte analitica): banche e studi legali adottano IA per elaborare grandi moli di dati – es. revisione automatica di contratti, rilevazione di frodi, trading algoritmico – ma mantengono personale esperto per l’interpretazione dei risultati e la gestione delle eccezioni. In una banca d’investimento moderna, l’IA può gestire oltre il 60% del volume di trading azionario (brandvm.com) e piattaforme come JPMorgan COIN analizzano migliaia di pagine di contratti in pochi secondi (brandvm.com). Tuttavia rimangono vitali ruoli umani in compliance, regolamentazione e consulenza personalizzata: ad esempio, robo-advisor come Betterment offrono investimenti automatizzati a basso costo, ma per pianificazioni finanziarie complesse o esigenze emotive (es. rassicurare clienti in panico di mercato) i consulenti in carne ed ossa restano insostituibili (brandvm.com). Così anche nel diritto, l’IA ricerca giurisprudenza e precedenti, ma gli avvocati umani costruiscono la strategia legale e persuadono in aula. Possiamo attenderci entro 5-10 anni uffici finanziari “ibridi”: un piccolo team umano amplificato da potenti strumenti IA sarà in grado di gestire portafogli e analisi che prima avrebbero richiesto decine di persone.
In generale, la tendenza è verso un modello di lavoro ibrido uomo-macchina. Secondo Accenture, il 65% del tempo oggi speso in attività lavorative basate sul linguaggio (es. leggere, scrivere, analizzare testi) potrà essere trasformato tramite automazione o augmented intelligence anziché essere completamente rimpiazzato (weforum.org). Ciò significa che, per una larga fetta di professioni, l’IA ridisegnerà il contenuto del lavoro senza eliminare il lavoratore: parte delle mansioni verranno delegate alle macchine e al software, mentre l’umano si focalizzerà su aspetti più strategici, creativi o di interazione sociale.
Va notato che questa integrazione, pur essendo positiva per la produttività, potrebbe impattare i livelli occupazionali: se una singola persona con l’ausilio dell’IA può svolgere il lavoro che prima richiedeva un intero team, è plausibile che le aziende riducano il numero di impiegati in certi reparti. Ad esempio, nel software development, un ingegnere supportato da strumenti di codifica automatica (come GitHub Copilot) può scrivere codice più velocemente, potenzialmente diminuendo la necessità di grandi team di programmatori su progetti standard. Goldman Sachs stima che le tecnologie di IA generativa potrebbero automatizzare mediamente il 25% delle mansioni in ogni lavoro nei paesi avanzati (nextbigfuture.com). Molti di questi compiti saranno “collaborativi” (eseguiti dall’IA con supervisione umana). Quindi, pur senza licenziamenti immediati, le nuove assunzioni potrebbero rallentare in alcuni settori integrati con l’IA, portando a una riduzione graduale dell’occupazione netta in ruoli dove un individuo aumentato dall’IA basta a coprire mansioni che prima richiedevano più persone.
In sintesi, nei prossimi 5-10 anni vedremo un’ampia adozione dell’IA come complemento al lavoro umano: l’uomo+macchina sarà il paradigma vincente in sanità, istruzione, finanza, manifattura avanzata e servizi. Ciò richiederà però ai lavoratori di riqualificarsi per sfruttare gli strumenti IA (ad esempio, i medici dovranno imparare a interpretare i referti prodotti dall’IA, gli insegnanti a usare le piattaforme di e-learning adattive, etc.). Le aziende più competitive saranno quelle che riusciranno a ridisegnare i processi attorno alla collaborazione uomo-IA e a formare adeguatamente il personale su queste nuove competenze (weforum.org).
3. Nuovi lavori creati dall’IA
Accanto ai fenomeni di distruzione e trasformazione del lavoro, l’Intelligenza Artificiale farà da volano per la creazione di nuove professioni e figure specializzate, molte delle quali difficilmente immaginabili solo pochi anni fa. La storia insegna che ogni rivoluzione tecnologica – dalla meccanizzazione industriale all’avvento del computer – ha generato occupazioni inedite (dall’operaio specializzato al programmatore). Analogamente, l’era dell’IA sta già creando ruoli emergenti, e nei prossimi 5-10 anni vedremo un’accelerazione di questo trend.
Figure professionali emergenti grazie all’IA:
Specialisti in Intelligenza Artificiale e Machine Learning: sono gli sviluppatori di algoritmi e gli ingegneri che progettano, addestrano e ottimizzano modelli IA. La domanda di questi profili è in forte crescita: il World Economic Forum prevede un aumento del 40% nel numero di esperti AI/ML entro il 2027 (weforum.org). Questi ruoli includono Machine Learning Engineer, Data Scientist, AI Researcher e simili. Già oggi compaiono posizioni come “Prompt Engineer” (esperto nel formulare input ottimali per sistemi IA generativi) o AI Solutions Architect. I dati LinkedIn confermano la tendenza: gli annunci per “artificial intelligence specialist” sono cresciuti dell’hype ai primi posti dei lavori emergenti in molte regioni del mondo. Questa categoria di nuovi lavori è richiesta non solo nel tech puro, ma in tutti i settori che integrano l’IA (dalle banche alla sanità), fungendo da “costruttori” delle soluzioni di IA interne.
Analisti di dati e Big Data specialist: l’IA genera e richiede enormi quantità di dati; servono quindi professionisti capaci di gestire, interpretare e ricavare insight da questi dati. Ruoli come Data Analyst, Data Scientist, Big Data Specialist vedranno una crescita del 30-35% nei prossimi 5 anni secondo il WEF (weforum.org). In effetti, con la diffusione dell’IA ogni azienda dovrà capire come usare i dati (clienti, operazioni, mercato) per migliorare prodotti e processi – aumentando la richiesta di esperti in statistica, analytics avanzato e visualizzazione dati. Accanto a loro, anche i Cloud computing specialists e gli ingegneri del software AI saranno molto richiesti, dato che le infrastrutture cloud e l’implementazione software sono alla base delle soluzioni di IA (il WEF stima +30% domanda per questi ruoli tech correlati) (weforum.org).
Specialisti in cybersecurity e AI security: con l’aumento di sistemi IA nelle operazioni critiche, cresce il bisogno di proteggere questi sistemi da attacchi o anomalie. Figure come Information Security Analyst e AI Security Specialist sono in ascesa – il WEF prevede un +31% di domanda entro il 2027 per analisti della sicurezza informatica (weforum.org). Inoltre emergeranno ruoli specializzati nella sicurezza dei modelli IA (assicurarsi che gli algoritmi non vengano manipolati, difendere dai cosiddetti adversarial attacks, garantire privacy dei dati utilizzati per l’addestramento, ecc.).
Data Labeler / Annotatori di dati: paradossalmente, la creazione di IA avanzate spesso richiede molto lavoro umano a monte per preparare i dati di addestramento. Nascono così schiere di “annotatori” che etichettano immagini, trascrivono audio, correggono output dell’IA, in modo da migliorare i modelli. Ad esempio, per sviluppare veicoli autonomi servono persone che “insegnino” ai sistemi a riconoscere segnali stradali e ostacoli nelle immagini (brandvm.com); nel retail online, annotatori aiutano l’IA a comprendere foto di prodotti e recensioni clienti (brandvm.com). Questi lavori possono essere entry-level e distribuiti globalmente (spesso tramite piattaforme online di crowdworking), e costituiscono una nuova categoria di impiego generata direttamente dal bisogno di addestrare l’IA. Molti di questi ruoli sono temporanei o di transizione (man mano che l’IA migliora, la necessità di annotazione manuale potrebbe calare), ma nell’orizzonte 2025 essi rappresentano un importante bacino di impiego (si pensi ai “turk” di Amazon Mechanical Turk o ai team di annotazione di grandi aziende tech).
Esperti di integrazione e sviluppo business con IA: man mano che l’IA penetra in ogni settore, sono richiesti professionisti capaci di colmare il gap tra tecnologie IA e obiettivi di business. Ad esempio, gli AI Integration Specialists aiutano a implementare sistemi IA nei processi aziendali esistenti e a formare il personale all’uso (brandvm.com). Un report Deloitte indica che oltre il 45% delle grandi imprese ha assunto specialisti di integrazione AI già nel 2023 (brandvm.com). Allo stesso modo, ruoli come Digital Transformation Specialist e Innovation Manager stanno evolvendo per includere competenze specifiche di IA, con l’obiettivo di identificare nuove opportunità di mercato sfruttando l’intelligenza artificiale (prodotti data-driven, servizi personalizzati tramite AI, ecc.). Queste figure fungono da “ibridi” tra competenze tecniche e manageriali, e saranno cruciali per generare nuovo valore economico dall’IA (di conseguenza, rappresentano nuovi posti di lavoro qualificati).
Specialisti di etica, policy e governance dell’IA: l’adozione ubiqua dell’IA solleva dilemmi etici (bias algoritmici, privacy, impatti sociali) e richiede conformità a normative emergenti (come l’AI Act in UE). Sta dunque emergendo la figura dell’“AI Ethicist” o esperto di etica dell’IA, incaricato di guidare lo sviluppo e l’uso di algoritmi in maniera responsabile (onlinedegrees.sandiego.edu). Questi professionisti spesso hanno un background misto (tecnico e umanistico/giuridico) e aiutano le organizzazioni a implementare principi etici, audit di algoritmi e programmi di compliance. La domanda di esperti in etica/compliance AI è in forte crescita mano a mano che regolatori e aziende pongono attenzione al tema (onlinedegrees.sandiego.edu). Parallelamente, nei governi e nelle organizzazioni internazionali nascono ruoli dedicati a policy dell’IA – ad esempio, consulenti per la regolamentazione algoritmica, responsabili di governance dei dati, ecc. – che fino a pochi anni fa non esistevano. Anche le commissioni sul lavoro e gli enti di welfare potrebbero inserire specialisti per valutare l’impatto dell’automazione e formulare risposte di policy, configurando così un’altra area occupazionale indirettamente creata dall’IA.
Manutentori e tecnici di robotica/IA: con la proliferazione di macchine intelligenti e sistemi automatizzati, vi sarà crescente bisogno di personale tecnico che mantenga operativa questa infrastruttura. Già oggi si cercano robotics engineers, tecnici di assistenza per veicoli autonomi, specialisti nell’assistenza di strumenti medici AI-driven, ecc. (brandvm.com). Ogni nuova installazione di IA e robot genera filiere di supporto: ad esempio, l’introduzione di droni agricoli e trattori autonomi crea opportunità per tecnici agrari specializzati in elettronica e IA (una sorta di “meccatronico agricolo”). Nel settore IT, l’aumento di sistemi AI cloud-based crea domanda per MLOps engineers – figure che si occupano della messa in produzione e monitoraggio continuo dei modelli IA in azienda. Insomma, per ogni tecnologia intelligente diffusa su larga scala servirà una rete di competenze umane di supporto e manutenzione, un po’ come l’auto ha creato meccanici, benzinai, addetti alle infrastrutture stradali nel ‘900.
Professioni derivate dall’innovazione guidata dall’IA: non tutte le nuove professioni riguarderanno direttamente lo sviluppo o la gestione della tecnologia; molte saranno ruoli nati in settori abilitati dalla presenza dell’IA. Ad esempio, l’IA sta accelerando la scoperta di nuovi farmaci (drug discovery): di conseguenza, possono emergere nuovi ruoli biotecnologici specializzati nel collaborare con algoritmi per la ricerca farmaceutica. Oppure, nell’industria creativa, strumenti di generative AI (per immagini, video, musica) danno vita a figure come AI content creator o designer di esperienze virtuali che uniscono arte e tecnologia. Anche nel campo legale, potrebbe diffondersi lo “AI-assisted lawyer” che è un avvocato specializzato nell’uso di software di analisi legale (un ruolo a cavallo tra l’IT giuridico e la pratica legale). Nel marketing, già ora i professionisti devono saper utilizzare strumenti AI per l’analisi clienti e la personalizzazione: stanno nascendo ruoli di marketing technologist con forte componente AI. L’IA quindi funge da catalizzatore non solo di figure tecniche, ma anche di nuove nicchie professionali in settori tradizionali, ridefiniti da questi strumenti.
Quantificazione e peso dei nuovi lavori: Secondo il World Economic Forum, entro il 2027 le professioni emergenti legate a dati e IA cresceranno tanto da aggiungere 2,6 milioni di nuovi posti di lavoro a livello globale (tra AI specialist, data scientist, specialisti trasformazione digitale, ecc.) (weforum.org, weforum.org). Inoltre, si stima che circa il 8-9% della forza lavoro 2030 sarà impiegata in ruoli che oggi non esistono ancora (mckinsey.com), una buona parte dei quali legati direttamente o indirettamente all’IA. Questo tasso di creazione di nuove occupazioni è in linea con la storia tecnologica (negli anni 2010 sono emersi app economy, social media manager, specialisti cybersecurity, ecc.).
Un altro dato indicativo: ruoli tecnico-digitali (come big data, AI, cloud) figurano ai primi posti per tassi di crescita >50-100% anno su anno in diversi mercati del lavoro (hackernoon.com). Ad esempio, il numero di Big Data Specialists è raddoppiato in pochi anni (+100%) e gli specialisti di AI/ML sono aumentati dell’80% secondo analisi recenti (hackernoon.com). Questo trend suggerisce una forte domanda insoddisfatta, con ottime opportunità per chi si forma in tali campi.
In definitiva, l’IA non è solo un “distruttore” di posti di lavoro, ma anche un formidabile creatore di nuove professioni. Molti dei lavori del 2030-2035 ruoteranno attorno all’IA: progettandola, controllandola, applicandola nei vari contesti, o affrontando le sue implicazioni etiche e organizzative. La sfida sarà far sì che la forza lavoro attuale e futura possa riconvertirsi o formarsi adeguatamente per ricoprire questi nuovi ruoli.
4. Bilancio tra perdita e creazione di posti di lavoro
Un quesito cruciale è se l’IA finirà per creare più posti di quanti ne eliminerà, o viceversa, nel medio termine. La risposta non è semplice e dipende da molti fattori (scenario economico, velocità dell’innovazione, politiche adottate). Diversi studi forniscono stime quantitative sul bilancio tra job destruction e job creation dovuto all’IA e all’automazione.
Proiezioni chiave sul saldo occupazionale:
Il World Economic Forum (WEF) nel suo rapporto “Future of Jobs 2020” (pubblicato a fine 2020) prevedeva che entro il 2025 l’automazione avrebbe eliminato circa 85 milioni di posti di lavoro, ma creato circa 97 milioni di nuovi ruoli emergenti, con un saldo positivo di 12 milioni di posti (circa +5% rispetto al campione considerato) (weforum.org, weforum.org). In altri termini, in quella previsione ottimistica, i lavori creati dall’IA supererebbero quelli distrutti (~97M vs 85M). Questa stima teneva conto di 15 industrie in 26 economie avanzate/emergenti.
A pochi anni di distanza, il Future of Jobs Report 2023 del WEF ha rivisto il quadro, suggerendo maggiore cautela. Per il periodo 2023-2027 le aziende intervistate indicano di aspettarsi 69 milioni di nuovi posti creati contro 83 milioni di ruoli eliminati, con un saldo negativo di 14 milioni (circa -2% dell’occupazione totale analizzata) (hackernoon.com). In sostanza, nel prossimo quinquennio le perdite potrebbero eccedere i guadagni occupazionali, secondo questo sondaggio globale di aziende. Ciò rappresenta un cambiamento di prospettiva rispetto al report precedente, imputabile anche agli effetti accelerati della pandemia e dell’automazione correlata.
Nota: La % si riferisce alla quota di forza lavoro considerata nei campioni dei report.
La McKinsey Global Institute, in uno studio ampio del 2017, stimava che entro il 2030 tra 400 e 800 milioni di lavoratori nel mondo potrebbero essere dislocati dall’automazione (cioè costretti a cambiare occupazione) (mckinsey.com). Tuttavia, il medesimo studio concludeva che, con sufficiente crescita economica e innovazione, si creeranno abbastanza nuovi lavori da compensare quelli persi (mckinsey.com). In particolare, prevedeva che l’8-9% dei lavoratori al 2030 sarà impiegato in occupazioni nuove mai esistite prima (grazie alla tecnologia) (mckinsey.com), contribuendo a riassorbire molti degli esuberi da automazione. Lo scenario McKinsey ottimistico suggerisce quindi un equilibrio nel lungo periodo: i posti eliminati dall’IA sarebbero rimpiazzati da posti in nuovi settori, a condizione di investire in innovazione e riqualificazione dei lavoratori.
Analisi più recenti (2023) di Goldman Sachs hanno fatto molto scalpore affermando che l’IA generativa potrebbe impattare fino a 300 milioni di posti di lavoro a tempo pieno globalmente, specie in Nord America ed Europa (forbes.com). Ciò non significa disoccupazione di 300 milioni di persone, ma un significativo cambiamento nei contenuti lavorativi: in media il 25% delle mansioni di ogni lavoro potrebbe essere automatizzato (nextbigfuture.com). Goldman stima però che questa ondata tecnologica potrebbe aumentare la produttività a tal punto da far crescere il PIL globale di ~7% addizionale nel lungo termine (cnbc.com), il che storicamente tende a creare nuova occupazione in altri settori. In sostanza, Goldman prospetta un forte impatto trasformativo (un quarto del lavoro odierno svolto da macchine) ma con potenziali benefici macroeconomici che potrebbero generare nuovi lavori indirettamente, analogamente ad altre rivoluzioni tecnologiche.
OECD: studi come quello di Arntz et al. (OECD 2016) suggeriscono che mediamente solo ~14% dei posti attuali nei paesi OCSE è ad alto rischio di automazione completa (molto meno del 47% ipotizzato in uno studio Oxford 2013) poiché molte professioni hanno anche compiti difficilmente automatizzabili. Tuttavia, circa il 32% dei lavoratori potrebbe vedere cambiato significativamente il proprio lavoro dall’IA (mckinsey.com). L’OECD quindi vede più trasformazione dei ruoli che eliminazione netta totale, e sottolinea la necessità di aggiornare le competenze.
Complessivamente, il saldo tra posti persi e creati dall’IA è oggetto di dibattito e le stime variano: alcuni report indicano un leggero netto negativo nel breve termine (prossimi 5 anni), altri prevedono un possibile netto positivo o quantomeno un pareggio nel lungo termine (10+ anni), specialmente se si attuano politiche adeguate. È probabile che coesistano entrambe le dinamiche: inizialmente l’IA potrebbe sopprimere più posti di quanti ne generi (fase di disruption), mentre col tempo, grazie ai guadagni di produttività e alla creazione di interi nuovi settori, l’occupazione complessiva potrebbe recuperare o superare i livelli iniziali (fase di adjustment).
Va inoltre considerato il forte “churn” (ricambio) atteso: anche se il saldo netto fosse vicino allo zero, la composizione del lavoro sarà stravolta. Il WEF 2023 parla di un turnover del 23% dei lavori entro 5 anni (hackernoon.com), segno che quasi un lavoratore su quattro cambierà mansione o settore a causa di queste trasformazioni. Ciò rappresenta una sfida enorme in termini di transizioni di carriera: milioni di persone dovranno essere riqualificate o spostate da settori in declino a settori in crescita.
Occidente vs. globale: Nei paesi occidentali (Europa, Nord America) l’automazione avanzata e l’IA potrebbero inizialmente erodere più posti tradizionali (data la struttura economica ad alto costo del lavoro), ma al contempo queste regioni stanno guidando anche l’innovazione che crea nuovi lavori specializzati. Ad esempio, in Europa è atteso un calo in produzione manifatturiera tradizionale, ma una crescita in posti “verdi” e digitali; mentre negli USA alcuni analisti stimano che ~1/3 della forza lavoro potrebbe dover cambiare professione entro il 2030, ma con prospettive di piena occupazione se l’economia cresce e i lavoratori si aggiornano (mckinsey.com, mckinsey.com). A livello globale, paesi con popolazione giovane e in espansione (es. India, Sud-Est Asiatico) potrebbero continuare a vedere aumento netto dell’occupazione, poiché il balzo di produttività dell’IA può stimolare crescita economica e nuova domanda di lavoro (ad esempio la domanda di servizi e consumo aumenta con l’aumento di reddito generato dall’IA). Di contro, regioni che non riusciranno a innovare o formare la propria forza lavoro potrebbero subire di più gli effetti negativi (disoccupazione tecnologica).
In definitiva, l’IA eliminerà molti lavori, ma ne creerà altrettanti di nuovi – il bilancio finale dipenderà da come governi e imprese gestiranno la transizione. Le stime quantitative mostrano scenari sia positivi sia negativi: possiamo aspettarci anni di intensa distruzione creatrice (per dirla con Schumpeter), con un periodo di transizione turbolento in cui coesisteranno disoccupazione settoriale e carenza di competenze in nuovi ruoli. La chiave sarà accompagnare la forza lavoro nei settori emergenti per far sì che i posti creati superino quelli persi nel lungo termine.
5. Flussi economici legati all’IA: investimenti, mercato e impatti finanziari
L’Intelligenza Artificiale non è solo una forza lavoro, ma anche un settore economico in rapidissima crescita. Si prevede che nei prossimi 5-10 anni l’IA diventi uno dei principali driver di investimenti e crescita del PIL a livello globale. Di seguito analizziamo i principali flussi economici collegati all’IA: il giro d’affari del mercato IA, gli investimenti previsti (pubblici e privati), la crescita di mercato e gli impatti macroeconomici attesi.
Dimensioni del mercato globale dell’IA: Il mercato dell’IA comprende software, hardware e servizi legati a sistemi di intelligenza artificiale. Nel 2023 il mercato globale dell’IA è stimato intorno ai $200 miliardi di dollari (faistgroup.com). Le proiezioni indicano una crescita esponenziale entro la fine del decennio: a tassi composti annui superiori al 35%, il mercato potrebbe superare i $1.8 trilioni (1.800 miliardi) nel 2030 (faistgroup.com). In altre parole, si tratta di un settore destinato a moltiplicarsi di quasi 10 volte in meno di 10 anni. Secondo Statista, il volume d’affari IA potrebbe oltrepassare già gli $800 miliardi nel 2030 come stima conservativa (statista.com), mentre analisi più ottimistiche come Grand View Research citano addirittura $1.8 trilioni (faistgroup.com). Questa differenza di stime dipende dalle definizioni (cosa si include esattamente nel “mercato IA”). In ogni caso, l’IA rappresenta uno dei mercati a più rapida espansione nella storia moderna, paragonabile al boom di Internet negli anni ’90 in termini di crescita percentuale.
Investimenti e spesa in IA: Gli investimenti privati in IA (aziendali e venture capital) hanno conosciuto un vero boom. Nel 2013 gli investimenti corporate globali in IA ammontavano a circa $14,6 miliardi, mentre nel 2023 hanno raggiunto circa $189 miliardi (wisdomtree.com) – una crescita di ben 13 volte in un decennio. Questo trend riflette la corsa di aziende grandi e piccole ad adottare l’IA per non restare indietro. Anche il finanziamento delle startup IA è aumentato vertiginosamente: solo nel settore dell’IA generativa, nel 2023 si sono investiti circa $25 miliardi di VC, quasi 9 volte l’anno precedente (aiindex.stanford.edu, aiindex.stanford.edu), sulla scia del successo di modelli come ChatGPT. Va menzionato che dopo un picco nel 2021, gli investimenti totali in IA hanno avuto una leggera frenata nel 2022 (in linea col raffreddamento dei mercati tech), ma il boom dell’IA generativa nel 2023 ha riacceso la crescita (aiindex.stanford.edu).
Le grandi aziende tech (FAANG, Microsoft, etc.) stanno dirottando budget enormi verso l’IA: ad esempio, Microsoft ha investito miliardi in OpenAI; Google/Alphabet spende oltre $AI in ricerca annualmente. Anche i governi occidentali sono attivi: l’UE ha annunciato piani di investimento da miliardi di euro per ricerca e sviluppo in AI (es. programma Horizon Europe), e gli USA tramite DARPA e NSF stanno finanziando centri di eccellenza sull’IA. In Asia, la Cina (pur fuori dal focus occidentale principale di questo report) investe massicciamente in IA con piani governativi dedicati.
Crescita per settori: Alcuni settori trainano la spesa in IA: media e advertising, sanità, bancario/assicurativo (BFSI) sono ad oggi i maggiori acquirenti di soluzioni IA (faistgroup.com, faistgroup.com). Nel 2023, il comparto advertising & marketing è risultato il primo segmento per fatturato IA (grazie alla pubblicità online mirata e all’analisi dati clienti), e si prevede rimarrà tra i più dinamici fino al 2030 (faistgroup.com). La sanità è un altro campo con enorme potenziale: l’adozione di IA per diagnosi, scoperta farmaci, gestione cartelle cliniche sta crescendo con CAGR altissimi. La finanza è già da tempo in prima linea (trading algoritmico, prevenzione frodi, robo-advisor). Il manifatturiero vedrà aumentare la spesa in IA soprattutto per automazione di fabbrica e manutenzione predittiva. Anche automotive (veicoli autonomi, smart features) e retail (personalizzazione, supply chain intelligente) avranno quote significative di investimento IA. In sintesi, quasi ogni settore sta incrementando le proprie spese in intelligenza artificiale, con priorità diverse a seconda dei casi d’uso (es. l’automotive sull’hardware/sensori, il software sul cloud, il retail sui recommendation engines, ecc.).
Impatto economico macro (PIL e produttività): L’IA è vista come un motore di produttività e crescita economica paragonabile alle grandi innovazioni del passato (motore a vapore, elettricità, IT). PwC ha stimato che l’IA potrebbe aggiungere fino a $15,7 trilioni all’economia mondiale entro il 2030 (pwc.com) – effetto cumulato di maggiore produttività e aumento della domanda [per contestualizzare, $15 trilioni è più del PIL attuale di Cina e India messe insieme (pwc.com)]. Un’analisi del McKinsey Global Institute parlava di $13 trilioni di contributo al PIL globale al 2030 grazie all’IA (brandvm.com).
In termini di produttività, uno studio di Goldman Sachs calcola che l’adozione diffusa dell’IA generativa potrebbe innalzare la crescita annua della produttività negli USA di circa 1,5 punti percentuali per il prossimo decennio (gspublishing.com). Questo è un boost enorme, considerando che negli ultimi anni la produttività avanzava a meno del 1-2% annuo nei paesi sviluppati. Globalmente, ciò si tradurrebbe in un PIL mondiale più alto di circa +7% rispetto al trend di qui a 10 anni (cnbc.com).
Altri indicatori finanziari:
Secondo IDC, la spesa mondiale in sistemi di AI (includendo hardware, software e servizi) era ~$154 miliardi nel 2023 e crescerà anch’essa oltre $300 mld entro 2026 mckinsey.com , con una quota crescente di spesa dedicata specificamente all’IA generativa (che entro il 2026 rappresenterà ~1/3 del totale spesa AI).
Il ritorno sugli investimenti in IA appare significativo per le imprese: ad esempio, case study indicano riduzioni di costi del 20-30% e aumenti di ricavi per chi adotta soluzioni AI in settori come produzione e marketing (brandvm.com, brandvm.com). Ciò spinge ulteriormente nuove imprese a investire in IA, creando un circolo virtuoso di investimenti.
Il valore di mercato delle aziende leader nell’IA è in forte crescita: società specializzate in AI (es. Nvidia nei chip AI, OpenAI, start-up di computer vision, ecc.) hanno visto valutazioni in borsa o venture skyrockettare. Questo attira ancora più capitali finanziari nel settore (fondi di venture capital, private equity, ecc. focalizzati sull’IA sono in aumento).
Geografia degli investimenti: Attualmente, Stati Uniti e Cina dominano la scena dell’IA in termini di investimenti e asset. Gli USA rappresentavano ~50%+ degli investimenti privati globali in IA negli ultimi anni, con la Silicon Valley e altri hub (Boston, New York, Seattle) a fare da traino (statista.com). La Cina ha il supporto statale e colossi come Baidu, Tencent, Alibaba investendo molto, anche se i dati indicano investimenti privati attorno a $7-8 miliardi recentemente (secondo Statista: statista.com), inferiori agli USA ma comunque significativi. Europa sta aumentando gli investimenti ma è indietro: ad esempio, l’investimento privato totale in IA in Europa era stimato sotto i $20 miliardi, frammentato tra vari paesi. L’Unione Europea sta cercando di recuperare col varo di fondi comuni e incentivi, puntando anche su collaborazioni pubblico-private. Canada e UK sono altri poli attivi nell’IA (grazie a un forte ecosistema di ricerca, soprattutto in Canada per il deep learning con figure come Yoshua Bengio). Nel complesso, l’Occidente (USA/Europa) è leader nello sviluppo IA e attira gran parte dei capitali globali, anche se la competizione con la Cina è strategica e crescente.
Effetti finanziari e di mercato degni di nota:
Il boom dell’IA sta trainando interi mercati azionari: ad esempio, nel 2023 il titolo Nvidia (produttore di GPU usate nell’AI) ha superato $1 trilione di capitalizzazione di mercato grazie alla domanda esplosiva di chip IA. Anche altre società legate all’IA hanno visto rialzi notevoli. Questo crea una “corsa all’oro” in borsa sulle aziende percepite come vincenti nell’AI, il che a sua volta facilita loro raccogliere capitali per investire ancora (es. quotazioni di startup AI).
Le fusioni e acquisizioni nel settore AI sono in fermento: i giganti tech stanno acquisendo startup IA promettenti a valutazioni elevate per assicurarsi talenti e proprietà intellettuale. Questo flusso di M&A genera movimenti di miliardi (e opportunità di guadagno per investitori e fondatori).
C’è una crescente attenzione a come l’IA impatta i modelli di business e i rendimenti. Molte aziende tradizionali stanno segnalando agli investitori risparmi di costo ottenuti con automazione IA (ad esempio, UPS ha risparmiato 10 milioni di galloni di carburante l’anno con IA di ottimizzazione percorsi brandvm.com , traducendosi in minori spese operative). Tali efficienze migliorano i margini di profitto, aspetto seguito dai mercati finanziari.
D’altro canto, si discute di possibili impatti negativi: se l’IA porterà disoccupazione o riduzione di salari in alcuni settori, ciò potrebbe ridurre la domanda di consumo aggregata, con effetti recessivi locali. Inoltre, c’è il tema di una possibile maggiore concentrazione di ricchezza: le aziende in grado di sfruttare l’IA potrebbero aumentare i profitti a spese di competitor che escono dal mercato, accentuando il potere di pochi attori (fenomeno “winner-takes-all”). Questo aspetto economico-sociale sarà discusso nel punto successivo sulle implicazioni.
In sintesi, i flussi economici legati all’IA mostrano una forte crescita del mercato e degli investimenti. L’IA è destinata a diventare uno dei settori più remunerativi e con maggiore impatto sul PIL globale nel prossimo decennio. Di seguito riassumiamo alcuni dati chiave in forma tabellare:
Legenda: “trilione”= mille miliardi. Il tasso di adozione e le previsioni occupazionali delle imprese sono tratte dal sondaggio WEF 2023.
Dalla tabella e analisi, è evidente che l’IA muove già centinaia di miliardi di dollari e ha un potenziale di creare valore economico misurabile in decine di trilioni nei prossimi dieci anni. Questo boom economico è accompagnato però da sfide di redistribuzione e sostenibilità che affronteremo di seguito.
6. Implicazioni economiche, sociali e politiche dell’IA
L’impatto dell’IA sul lavoro non si limita all’economia e alle aziende, ma ha ampie implicazioni sul tessuto sociale e politico. Trasformazioni occupazionali su vasta scala, come quelle discusse, influenzano la distribuzione del reddito, le disuguaglianze, il ruolo delle istituzioni formative e le politiche di welfare degli Stati. In questo capitolo analizziamo tali implicazioni in Occidente (Europa e Nord America in primis), tenendo conto anche di dinamiche globali.
Disuguaglianze e divisione del lavoro: Una preoccupazione centrale è che l’IA possa aumentare le disuguaglianze economiche. Ciò avviene su più livelli:
Disuguaglianza tra lavoratori qualificati e non: L’IA tende a sostituire compiti manuali e ripetitivi spesso svolti da lavoratori a basso reddito o con minori qualifiche, mentre crea opportunità per lavoratori altamente qualificati (ingegneri, manager digitali) spesso meglio remunerati. Questo potrebbe ampliare il divario salariale. Studi mostrano che i paesi/regioni con forza lavoro meno istruita hanno una percentuale maggiore di lavori automatizzabili (>40%), mentre economie con lavoratori più formati hanno rischio minore (~20-25%) (pwc.com, pwc.com). Ciò suggerisce il potenziale di un aumento del gap tra chi possiede competenze complementari all’IA e chi no. I lavoratori “low-skill” rischiano più facilmente la disoccupazione tecnologica o la riduzione di salario, mentre i “high-skill” vedono aumentare la domanda dei loro profili.
Polarizzazione del mercato del lavoro: L’IA potrebbe accentuare la scomparsa dei lavori di fascia media (routine sia manuali che cognitivi) – es. impiegato contabile, operaio generico – e la contemporanea crescita sia di lavori altamente qualificati sia di lavori manuali non automatizzabili (es. badanti, lavori creativi). Questo fenomeno di “job polarization” era già in atto con l’automazione informatica e potrebbe aggravarsi, svuotando ulteriormente il ceto medio occupazionale.
Disuguaglianze tra imprese: Le imprese che riusciranno ad adottare l’IA efficacemente vedranno aumentare produttività e profitti, acquisendo vantaggio competitivo. Aziende con risorse per investire in IA (tipicamente grandi multinazionali tech o manifatturiere) potrebbero conquistare fette di mercato a scapito di aziende più piccole o tradizionali, accentuando la concentrazione di mercato. Già oggi vediamo mega-corporation dominare settori digitali con ingenti utili. Ciò potrebbe tradursi in disuguaglianza nei profitti e quindi nel potere di fissazione dei salari (le aziende dominanti potrebbero mantenere bassi i salari in alcuni settori data la minore concorrenza per la manodopera).
Disuguaglianze regionali e globali: A livello geopolitico, i paesi leader in IA (USA, alcune nazioni europee, Cina) potrebbero vedere un boost economico, mentre paesi che basavano la loro competitività sul lavoro a basso costo rischiano di perdere commesse (se l’industria occidentale rimpatria la produzione grazie all’automazione). Ad esempio, nazioni in via di sviluppo con industrie tessili, call center, assemblaggio elettronica potrebbero essere bypassate dall’automazione nei paesi d’origine, minacciando il loro sviluppo. Questo è un serio rischio di approfondimento del divario Nord-Sud. D’altro canto, l’IA potrebbe offrire opportunità anche in paesi emergenti (es. India punta a diventare hub di servizi IA, l’Africa sta esplorando l’uso di IA in agricoltura). Molto dipenderà dall’accesso a istruzione e investimenti in quelle regioni.
Occupazione e coesione sociale: Un aumento consistente della disoccupazione tecnologica, anche temporanea, avrebbe effetti sociali importanti. La perdita del lavoro per individui di mezza età in settori in declino (es. operai, impiegati amministrativi) può portare a insicurezza economica, stress sociale, aumento della povertà se il sistema di welfare non riesce a tamponare. Regioni mono-industriali (la “Rust Belt” americana, alcune aree industriali europee) potrebbero rivivere dinamiche di declino economico e disagio sociale simili a quelle viste con la globalizzazione e la deindustrializzazione degli ultimi decenni, questa volta causate dall’automazione. Ciò potrebbe tradursi in malcontento politico: storicamente, fasi di rapido cambiamento tecnologico senza adeguata protezione sociale hanno alimentato movimenti di protesta, populismi e richiesta di cambiamenti politici radicali.
Regolamentazione dell’IA: I governi occidentali stanno iniziando a rispondere alla diffusione dell’IA con iniziative normative, in particolare per affrontare i rischi e garantire un uso etico e sicuro. L’Unione Europea è all’avanguardia con la proposta di AI Act, una legislazione che classificherà gli usi dell’IA per livello di rischio e imporrà obblighi (trasparenza, divieti per applicazioni ad alto rischio, ecc.) (weforum.org). Questo sul fronte tecnico/etico. Sul fronte lavoro, ci si interroga se servano nuove regolamentazioni del lavoro in era IA:
Aggiornare le normative su licenziamenti e ammortizzatori per tenere conto delle cause tecnologiche.
Introdurre l’idea di una “riduzione dell’orario di lavoro” per distribuire i benefici di produttività dell’IA (ad es. settimane lavorative più brevi a parità di salario, politica discussa in alcuni paesi).
Valutare misure come la tassazione dei robot o dell’IA: es. tassare l’uso di automi che sostituiscono lavoratori, per finanziare il welfare. Questa idea, sostenuta da alcuni (Bill Gates nel 2017 propose una “robot tax”), è controversa ma parte del dibattito politico in Europa.
Norme per la trasparenza algoritmica verso i lavoratori: se un’azienda usa IA per decidere turni, valutazioni o assunzioni, potrebbero servire diritti di spiegazione per i dipendenti (evitando discriminazioni nascoste).
Riforma dei sistemi pensionistici e contributivi: meno lavoratori umani potrebbero significare minor gettito contributivo; alcuni propongono che le aziende che automatizzano di più contribuiscano maggiormente ai fondi sociali.
Queste discussioni sono in corso. Politicamente, c’è una spinta a non frenare l’innovazione ma a guidarla responsabilmente. Negli USA il dibattito normativo è più agli inizi rispetto all’UE, ma anche lì si moltiplicano le audizioni in Congresso e i documenti di policy su IA e lavoro.
Sistemi educativi: L’istruzione è sia una soluzione sia un ambito impattato. Da un lato, come visto, l’IA può aiutare a personalizzare l’apprendimento (sezione 2), dall’altro il contenuto dell’istruzione va ripensato. Le scuole e università occidentali stanno iniziando a:
Enfatizzare STEM e competenze digitali: per preparare più sviluppatori, data scientist, ecc. che sono richiesti sul mercato. Ad esempio, introduzione del coding e basi di IA già nelle scuole secondarie, nuovi corsi universitari in AI, machine learning, robotica (è il caso di molte università europee e nordamericane negli ultimi 5 anni).
Formare su soft skill “a prova di AI”: creatività, pensiero critico, capacità comunicative, problem solving complesso, che sono competenze meno replicabili dalle macchine. I sistemi educativi progressisti (Finlandia, ad es.) stanno adattando i curricula per puntare di più su queste abilità trasversali.
Educazione continua: con lavori meno stabili, i lavoratori dovranno formarsi più volte nella vita. Questo richiede infrastrutture educative per adulti: corsi professionalizzanti brevi, certificazioni, e-learning flessibile. Stati e aziende in Occidente investono in programmi di reskilling/upskilling. Ad esempio, il governo UK ha lanciato un National Retraining Scheme per supportare transizioni di carriera (pwc.com). Aziende come Amazon, AT&T e altre hanno stanziato fondi per riqualificare i propri dipendenti automatizzabili verso ruoli tecnici. Tuttavia, la portata di queste iniziative va ampliata di molto per tenere il passo con il cambiamento tecnologico.
Accesso equo all’istruzione di qualità: se non gestito, il divario tecnologico può diventare divario educativo. Chi ha accesso a buone scuole e formazione IA avrà i lavori del futuro, chi no rischia di restare indietro. Ciò spinge i policymaker a rafforzare l’istruzione pubblica, ridurre i costi dell’università, e favorire l’ingresso di gruppi sotto-rappresentati (donne, minoranze) nelle materie tecnico-scientifiche per evitare nuove forme di disuguaglianza.
Welfare e protezione sociale: Fornire un adeguato welfare durante la transizione è fondamentale. I sistemi di sicurezza sociale dovranno adattarsi:
Possibile necessità di ammortizzatori universali per periodi di disoccupazione più frequenti. Alcuni economisti e tech leader sostengono l’idea di un Reddito di Base Universale (UBI) come rete di sicurezza se l’IA ridurrà drasticamente la domanda di lavoro umano. Il venture capitalist Vinod Khosla ad esempio ha affermato che l’IA potrà svolgere l’80% del lavoro in molti mestieri e che un UBI potrebbe diventare cruciale per garantire la stabilità sociale (businessinsider.com, businessinsider.com). Personaggi come Elon Musk e Sam Altman (OpenAI) hanno espresso posizioni simili (businessinsider.com). Un reddito di base fornirebbe un sostegno minimo a tutti i cittadini, sganciato dal lavoro, riducendo l’impatto di disoccupazione tecnologica e permettendo alle persone di riqualificarsi o perseguire lavori creativi senza rischio di indigenza. Al momento, esperimenti UBI sono stati localizzati (Finlandia, Canada, alcuni stati USA) ma nessun grande paese l’ha adottato in pieno; tuttavia il dibattito sta entrando nel mainstream politico in Occidente, alimentato proprio dalle prospettive dell’automazione.
Rafforzare i sussidi di disoccupazione e la formazione: in alternativa o aggiunta all’UBI, molti esperti propongono di migliorare i sistemi attuali: indennità di disoccupazione più generose e legate a programmi di riqualificazione, incentivi alle aziende che riassorbono lavoratori di settori in crisi, crediti di imposta per chi investe in formazione del personale invece di licenziare. Ad esempio, potrebbe essere utile un “assicurazione di transizione” in cui un lavoratore automatizzato riceve non solo un sussidio ma anche formazione pagata dallo Stato/azienda per un nuovo ruolo.
Riconsiderare la relazione lavoro-reddito: se in futuro una parte significativa della popolazione non avrà un impiego tradizionale a tempo pieno (scenario estremo ma ipotizzato da alcuni futurologi), si dovranno trovare modalità di distribuzione della ricchezza generate dall’IA. Oltre al UBI, si discute di modelli come imposta negativa sul reddito, lavori garantiti dallo Stato (in settori dove c’è bisogno, es. cura ambientale, assistenza agli anziani) per assorbire chi è disoccupato, o di far sì che i benefici dell’aumento di produttività si traducano in riduzione dell’orario di lavoro per tutti (es. 4 giorni lavorativi a settimana). Queste sono scelte politiche e sociali di ampia portata.
Sistema pensionistico: con carriere più frammentate, potrebbe diventare necessario un sistema pensionistico più flessibile, portabile e integrativo, perché meno persone faranno 40 anni di contribuzione lineare. Ad esempio, pensioni finanziate dalla fiscalità generale o con contributi anche dei robot (come evocativo “fondo pensione alimentato dai robot”).
Stabilità politica: Politicamente, l’IA e il suo impatto sul lavoro potrebbero diventare temi di forte rilevanza elettorale. Partiti e movimenti potrebbero capitalizzare la paura della disoccupazione o, viceversa, promettere ricchezza e tempo libero grazie all’IA. È plausibile la nascita di richieste di regolamentazione protezionistica (ad esempio, limitare l’automazione in alcuni settori per salvare posti di lavoro, analogamente a come si invocano dazi per proteggere industrie domestiche). Ciò mette i decisori di fronte a un delicato equilibrio: abbracciare l’innovazione per i benefici macro, ma gestirne i costi sociali per evitare instabilità. Nei paesi occidentali con processi democratici, questo tema potrebbe ridefinire le tradizionali divisioni politiche: più che destra vs sinistra, potremmo vedere “progressisti tecnologi” vs “neo-luddisti o protezionisti del lavoro umano”. In realtà, finora c’è un consenso abbastanza trasversale sulla necessità di accompagnare il cambiamento con formazione e welfare, piuttosto che bloccarlo del tutto.
Cultura e società: Su un piano più generale, se l’IA assume compiti e decisioni, cambierà anche la percezione del lavoro nella società. Si potrebbero affermare nuove etichette sociali – per esempio, come verrà percepita una persona che non lavora perché il suo mestiere è stato automatizzato e riceve un sussidio? È una dinamica da tenere in conto per mantenere la dignità e il ruolo sociale degli individui anche al di fuori del lavoro tradizionale. Inoltre, con più tempo libero (in teoria) potrebbero crescere settori come volontariato, arti, cura della comunità – aspetti positivi se incoraggiati.
In sintesi, l’avvento su larga scala dell’IA avrà implicazioni profonde sulla struttura economica, la coesione sociale e le politiche pubbliche. C’è il rischio di un aumento delle disuguaglianze e di tensioni sociali se i benefici dell’IA non verranno distribuiti equamente. Al contempo, c’è l’opportunità di ridefinire il contratto sociale: lavorare meno, lavorare meglio, con un welfare che garantisca sicurezza di base e un sistema educativo che permetta a tutti di partecipare all’economia digitale. Le scelte fatte oggi in termini di regolamentazione, istruzione e welfare determineranno se l’IA sarà ricordata come un’era di prosperità diffusa o di accentuazione delle divisioni socio-economiche.
7. Soluzioni per mitigare i problemi e gestire la transizione
Affinché la rivoluzione dell’IA nel lavoro sia equilibrata e sostenibile, è necessario mettere in atto strategie efficaci per mitigare gli impatti negativi (disoccupazione, disuguaglianze) e massimizzare quelli positivi (nuovi lavori, produttività, più benessere). Di seguito presentiamo una serie di soluzioni e politiche che governi, aziende e società civile possono adottare, basate sulle raccomandazioni di esperti e think tank internazionali.
1. Upskilling e Reskilling massiccio della forza lavoro: La misura più citata e cruciale è investire nelle competenze delle persone. Significa sia aggiornare le competenze di chi lavora (upskill), sia riqualificare chi ha perso il lavoro per ricollocarlo altrove (reskill). Le aziende dovrebbero vedere la formazione come il principale “ammortizzatore”: secondo il World Economic Forum, le imprese più competitive nel futuro saranno quelle che riqualificheranno costantemente i propri dipendenti per stare al passo con l’IA (weforum.org). Alcune azioni chiave:
Programmi aziendali di formazione interna: ad esempio, IBM ha avviato programmi di “new collar jobs” formando ex addetti amministrativi in data science; Amazon ha investito $700 milioni in corsi per 100k dipendenti per spostarli verso ruoli tecnici entro 2025. Questi esempi vanno ampliati: ogni azienda medio-grande dovrebbe mappare i ruoli a rischio automazione e offrire ai lavoratori percorsi formativi verso ruoli richiesti (anche se in altri dipartimenti).
Incentivi statali per la formazione continua: i governi possono offrire crediti di imposta alle imprese che investono in upskilling, oppure finanziare voucher formativi ai lavoratori. Politiche attive del lavoro come il Fondo nuove competenze (in Italia) o il citato National Retraining Scheme britannico pwc.com sono passi in questa direzione. L’UE con il programma “Reskilling for All” incoraggia gli Stati membri ad adottare misure simili.
Piattaforme di e-learning accessibili: sfruttare la tecnologia stessa per l’insegnamento. Piattaforme online (Coursera, edX, Udacity) offrono corsi su AI, coding, data analysis. Aziende e governi potrebbero stringere partnership per fornire accesso gratuito o scontato a questi corsi ai lavoratori in transizione. Ad esempio, molte Big Tech hanno certificazioni (Google Career Certificates, etc.) che potrebbero sostituire percorsi accademici lunghi per certe competenze pratiche.
Riconversione settoriale assistita: in alcune aree potrebbe essere necessario convertire interi bacini di occupazione (es. ex autisti di camion verso tecnici di logistica o altri settori). Qui entrano in gioco i servizi pubblici per l’impiego, che andranno potenziati e digitalizzati per fare matching rapido tra domanda e offerta di lavoro e indirizzare i disoccupati verso settori con carenza di personale.
2. Riforma dei sistemi educativi: Come discusso nel punto 6, serve un adeguamento strutturale dell’istruzione per preparare le nuove generazioni a un mercato del lavoro dominato dall’IA. Oltre agli interventi già menzionati (più STEM, più soft skills, educazione digitale di base per tutti), possibili soluzioni comprendono:
Stretta collaborazione scuola-impresa: sviluppare curricoli insieme alle aziende, specialmente per l’istruzione tecnica e professionale, in modo da allineare le competenze insegnate alle esigenze concrete (ad es. laboratori su AI e analisi dati negli istituti tecnici, stage in imprese tech per studenti).
Orientamento e counseling potenziati: far conoscere ai giovani (e ai lavoratori maturi) quali settori sono emergenti e quali declinanti, così da orientare le scelte formative. Ad esempio, promuovere le carriere in campo tecnologico e scientifico anche tra gruppi poco rappresentati (donne nelle STEM).
Lifelong learning come diritto: riconoscere formalmente il diritto/dovere alla formazione continua: i governi potrebbero istituire un conto formazione individuale (come già in Francia) dove ogni cittadino accumula ore o fondi per corsi di aggiornamento durante l’arco della carriera. Questo renderebbe normale e sostenibile tornare a studiare a 35, 45 o 55 anni.
3. Politiche del lavoro innovative: Affrontare la transizione non significa solo formare, ma anche gestire diversamente il lavoro. Alcune idee:
Riduzione orario di lavoro: se l’IA aumenta la produttività per lavoratore, una società può scegliere di ridurre l’orario settimanale medio mantenendo la produzione costante. Ad esempio, la settimana di 4 giorni o 6 ore al giorno potrebbe diventare gradualmente la norma, in modo da “spartire” il lavoro rimasto tra più persone. Ciò può mitigare la disoccupazione tecnologica e migliorare la qualità della vita. Esperimenti pilota (Islanda, alcune aziende in Spagna, etc.) hanno mostrato che la produttività non cala proporzionalmente e il benessere cresce.
Lavori garantiti e settore pubblico come datore di lavoro di ultima istanza: in settori dove c’è bisogno (cura ambientale, infrastrutture, assistenza sociale) lo Stato potrebbe creare posti di lavoro per assorbire temporaneamente chi non trova collocazione nel settore privato. Questo concetto di job guarantee è dibattuto e richiederebbe investimenti pubblici, ma può prevenire la disoccupazione di lunga durata.
Contratti di transizione e tutele flessibili: introdurre figure contrattuali che facilitino la mobilità lavorativa. Ad es., contratti part-time di transizione in cui un lavoratore riduce progressivamente l’impegno nel vecchio ruolo (via via automatizzato) e in parallelo fa formazione o affiancamento in un nuovo ruolo emergente, mantenendo parte del salario. Oppure congedi formativi retribuiti più estesi.
Rafforzare la contrattazione collettiva nelle aziende tech/IA: i sindacati potrebbero svolgere un ruolo proattivo negoziando piani di riconversione invece di licenziamenti, partecipando alla definizione di linee guida etiche per l’implementazione dell’IA sul luogo di lavoro (es. evitare sorveglianza invasiva con IA, garantire che l’introduzione di un sistema IA venga discussa in anticipo con i rappresentanti dei lavoratori).
4. Misure di welfare e redistribuzione: Abbiamo toccato in precedenza l’idea del reddito di base universale (UBI). Come soluzione, resta sulla carta per ora, ma potrebbe diventare necessaria se l’automazione raggiungesse livelli estremi di riduzione del lavoro disponibile. Nel frattempo, ci sono misure implementabili subito:
Espandere e semplificare i sussidi di disoccupazione: assicurarsi che chi perde il lavoro per l’IA abbia supporto finanziario sufficiente e non cada in povertà. Ad es. copertura di disoccupazione al 70-80% dello stipendio per i primi mesi, condizionata alla partecipazione a programmi di formazione per reimpiego.
Welfare locale nelle comunità colpite: se una fabbrica chiude per automazione, destinare fondi per riqualificare l’area (infrastrutture, incentivi ad altre aziende per insediarsi lì) e per sostenere le famiglie nel frattempo. Evitare quindi che nascano “sacche” di abbandono.
Tassazione progressiva e su rendite da automazione: considerare l’aggiornamento del sistema fiscale per attingere dai profitti extra generati dall’IA e ridistribuirli. Ciò può avvenire attraverso aliquote più alte sui redditi alti e utili societari (se l’IA aumenta le rendite di capitale rispetto al lavoro, si tassano di più i capital gains, dividendi, ecc. per bilanciare). Alcuni hanno proposto imposte specifiche per chi sostituisce lavoratori con robot, ma anche senza arrivare a ciò, l’importante è che il dividendo dell’automazione venga in parte usato per finanziare welfare e formazione (questo concetto è sostenuto da vari economisti del lavoro).
Supporto alla mobilità geografica: se l’IA distrugge posti in una zona ma ne crea altrove, servono politiche per aiutare le persone a spostarsi (sussidi trasferimento, housing temporaneo, etc.), riducendo la disoccupazione strutturale regionale.
5. Promuovere settori ad alto potenziale occupazionale: Mentre l’IA riduce il bisogno di lavoro in alcuni ambiti, ne aumenta in altri (v. sezione 3). Governi e imprese dovrebbero investire intenzionalmente nei settori dove ci sarà crescita di posti di lavoro, per assorbirne il più possibile:
Economia verde e transizione energetica: molti studi indicano che la transizione ecologica creerà milioni di nuovi posti (energie rinnovabili, efficientamento, mobilità elettrica). Molti di questi lavori (es. installare pannelli solari, isolare edifici) non sono facilmente automatizzabili a breve. Pianificando investimenti “green” si può compensare la perdita di lavori “brown” automatizzati. Ad esempio, WEF stima oltre 10 milioni di posti netti creati nel mondo dalla transizione energetica al 2030 (lpsonline.sas.upenn.edu).
Cura alla persona, sanità, istruzione: sono settori dove la domanda sociale è alta e in crescita (popolazione che invecchia, etc.) e l’IA, per quanto presente, non rimpiazza il fattore umano. Formare più infermieri, operatori sanitari, insegnanti, assistenti per infanzia/anziani e valorizzarne il ruolo può dare lavoro utile a molti. In parallelo, l’IA può aumentare l’efficacia di questi lavori (ma non eliminarli). Questi settori spesso soffrono di sotto-investimento; col giusto supporto potrebbero diventare un bacino di reimpiego per chi esce da settori automatizzati.
Imprenditorialità e PMI innovative: facilitare la creazione di startup e nuove imprese può trasformare l’innovazione tecnologica in posti di lavoro. Politiche di accesso al credito, incubatori, snellimento burocratico aiutano nuove aziende a crescere, e nuove aziende = nuovi lavori. Anche chi perde lavoro potrebbe essere incentivato (con formazione e microcredito) ad avviare microimprese in servizi personalizzati, artigianato di qualità, settori dove l’unicità umana ha valore.
Settore pubblico digitale: assumere in ruoli pubblici per supportare la digitalizzazione (analisti dati nelle PA, tecnici informatici, esperti IA per servizi pubblici). Si migliora l’efficienza dello Stato e si creano opportunità di impiego qualificato.
6. Regolamentazione pro-lavoro dell’IA: Oltre alle normative etiche già discusse, i decisori potrebbero inserire clausole “pro-lavoro” nell’implementazione dell’IA:
Richiedere Valutazioni di Impatto sul Lavoro prima di grandi implementazioni di IA in aziende sopra una certa soglia (simile alle valutazioni di impatto ambientale). Questo forzerebbe a considerare quanti posti a rischio, e piani per mitigarne gli effetti (es. riqualificazione interna).
Promuovere la trasparenza: aziende quotate potrebbero dover rendicontare quanti posti hanno eliminato e quanti creato grazie all’IA, per stimolare responsabilità sociale.
Standard di “AI governance” nelle imprese: includere nei criteri ESG (Environmental, Social, Governance) anche l’impatto dell’automazione sul personale, premiando chi adotta IA in modo responsabile con i lavoratori.
Coordinamento internazionale: l’impatto dell’IA sul lavoro è globale, sarebbe utile che organizzazioni come l’ILO (International Labour Organization) e l’OCSE sviluppassero linee guida comuni, e che magari nel G7/G20 si discutano impegni condivisi (ad esempio fondi globali per formazione nei paesi emergenti, scambio di buone pratiche).
7. Coinvolgimento attivo del settore privato e sindacale: La soluzione ai problemi non può essere solo calata dall’alto dallo Stato. Serve un approccio collaborativo:
Aziende “responsabili”: che vedano i dipendenti come asset da valorizzare anche nell’era IA. Ciò può significare riqualificarli invece di licenziare (come già sottolineato), ma anche includerli nel beneficio. Ad esempio, se l’adozione di IA fa risparmiare molti costi, alcune aziende stanno sperimentando di redistribuire parte di questi risparmi ai lavoratori (bonus, partecipazione agli utili) per creare consenso interno e sostenere il potere d’acquisto.
Sindacati modernizzati: i sindacati dovranno aggiornare la loro agenda, concentrandosi non solo sulla protezione del posto in sé ma sulla protezione della persona nel cambiamento. Potrebbero contrattare pacchetti di formazione, servizi di ricollocazione, clausole di prelazione su nuovi ruoli interni per chi viene sostituito da IA. Il dialogo sociale sarà cruciale: accordi a livello di settori (per es. un fondo settoriale alimentato dalle aziende per riqualificare i lavoratori dello stesso settore).
Consapevolezza e coinvolgimento dei lavoratori: infine, è importante che i lavoratori stessi siano parte attiva. Ciò implica fare informazione e orientamento: aiutare ciascuno a capire come sta evolvendo il proprio mestiere con l’IA e cosa può fare per migliorare la propria situazione (imparare nuove skill, etc.). Più che subire passivamente il cambiamento, bisogna incoraggiare un atteggiamento proattivo.
In conclusione, la transizione verso un’economia con IA pervasiva richiede uno sforzo concertato. Non esiste una singola soluzione miracolosa, ma un mix di politiche e iniziative:
Investire nelle persone (formazione e sicurezza economica),
Gestire in modo creativo il lavoro (orari, nuovi impieghi socialmente utili),
Regolare l’IA con lungimiranza,
Condividere i benefici (sia a livello aziendale che macro, via fisco e welfare).
Come afferma il World Economic Forum, “la finestra per gestire proattivamente questo cambiamento si sta chiudendo rapidamente”, e occorre agire con urgenza (weforum.org). Se fatto bene, l’IA potrà portare a un’era di maggiore prosperità e lavori più gratificanti, anziché disoccupazione di massa. Ma ciò avverrà solo se l’umanità guiderà la tecnologia, e non viceversa. Prepararsi sin d’ora – con dati, strategie e volontà politica – è essenziale per garantire che l’evoluzione del lavoro nell’era dell’Intelligenza Artificiale sia inclusiva e vantaggiosa per tutti.
Gianpaolo Marcucci
Fonti (link tra parentesi nel testo): Il report ha utilizzato dati e previsioni provenienti da organizzazioni internazionali e ricerche di primaria importanza, tra cui World Economic Forum, McKinsey Global Institute, PwC, Goldman Sachs, International Federation of Robotics, oltre a esempi di casi aziendali e iniziative governative citati nei riferimenti. Questi elementi forniscono un quadro basato su evidenze per orientare decisioni e interventi nei prossimi anni. Photo by cottonbro studio